Delitto Eligia Ardita: la Corte d’Assise di Appello ha confermato la pena dell’ergastolo all’ex guardia giurata Christian Leonardi

Catania. I giudici della Corte d’Assise di Appello hanno confermato la condanna alla pena dell’ergastolo all’ex guardia giurata Christian Leonardi. I giudici hanno impiegato tre ore per decidere la sorte processuale dell’imputato, riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie, Eligia Ardita con l’aggravante dei futili motivi, nonché di avere provocato la morte della creaturina che portava nel grembo l’ex infermiera in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale Umberto I di Siracusa. I giudici hanno accolto, quindi, le richieste avanzate dal sostituto procuratore generale Maria Concetta Ledda e dei legali delle parti civili, mentre hanno rigettato quelle formulata dai difensori dell’imputato.
Gli avvocati Vera Benini del Foro di Modena e Felicia Mancini, del Foro di Catania, avevano chiesto alla Corte d’Assise di Appello di assolvere il loro cliente dall’accusa di omicidio volontario e di credere alla sua ritrattazione quando afferma che amava la moglie e che non le avrebbe mai fatto del male. Secondo i difensori la morte sarebbe avvenuta per strangolamento ma non come proposito deliberato di voler sopprimere la moglie e la creaturina che avevano concepito assieme, bensì per la forza impressa alla mano con la quale aveva tappato la bocca ad Eligia per evitare che gridasse e svegliare tutto il vicinato. Sulla base di questo ragionamento i due difensori dell’imputato hanno offerto alla Corte d’Assise di Appello una chiave di lettura diversa da quella prospettata dalla pubblica e dalle private accuse. Ma la Corte d’Assise di Appello non ha preso in alcuna considerazione la nuova chiave di lettura formulata dai difensori dell’ex guardia giurata e gli hanno confermato la condanna alla pena dell’ergastolo, come già ebbero a decidere i giudici della Corte d’Assise di Siracusa (presidente, Giuseppina Storaci; a latere, Alessandra Gigli) dopo oltre un anno e mezzo di istruttoria dibattimentale.

I giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Appello hanno condiviso l’opinione dei giudici del processo di primo grado e si sono trovati in sintonia con le argomentazioni espresse sia dal sostituto procuratore generale Maria Concetta Ledda sia dai difensori delle parti civili, che, all’unisono, hanno chiesto di confermare integralmente la sentenza del processo di primo grado pronunciata contro l’ex guardia giurata Christian Leonardi, e di ribadire la condanna alla pena dell’ergastolo inflittagli dalla Corte d’Assise di Siracusa, in quanto riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie Eligia Ardita e della creaturina che lei portava in grembo, giunta all’ottavo mese di gravidanza.
Per le parti civili hanno parlato l’avvocato Francesco Villardita, che rappresenta Agatino Ardita, Cristina Caruso, Danilo Pica, Margherita Cappello, Grazia Caruso e Luisa Ardita; l’avvocato Cristiano Leonardi, che assiste Vittorio Ardita e Maria Caruso; l’avvocato Giambattista Rizza, difensore della Fondazione Eligia e Giulia Ardita contro ogni violenza e per il diritto alla vita, i cui rappresentanti sono Francesco Ardita, Fabrizio Ardita e Luisa Ardita; l’avvocato Rossella Grande per il Centro Antiviolenza “La Nereide”; l’avvocato Loredana Battaglia per la Rete Centri Antiviolenza di Raffaella Mauceri; l’avvocato Pilar Maria Dolores Castiglia per il Coordinamento Donne Siciliane; l’avvocato Maria Rita D’Amico per Salvatrice Caruso; l’avvocato Giuseppe Giardinelli per Salvatore Aliano e Lucia Caruso.
I fatti al vaglio dei giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Appello di Catania si sono verificati la sera del 19 gennaio 2015, a Siracusa, all’interno dell’abitazione occupata da Christian Leonardi e dalla moglie Eligia Ardita.
Secondo la ricostruzione effettuata dalla Corte d’Assise di Siracusa, ecco che cosa accadde la sera del 19 gennaio di cinque anni fa nell’abitazione dei coniugi Leonardi-Ardita.
“Eligia Ardita, all’ottavo mese di gravidanza, – scrivono nella sentenza del processo di primo grado i giudici Storaci e Gigli – aveva trascorso una serata piacevole insieme ai suoi genitori, Agatino Ardita e Grazia Caruso, da lei invitati a cena; era presente anche il marito di Eligia, Christian Leonardi. La cena, così come risulta dalle concordi dichiarazioni rese dai genitori di Eligia, si era svolta tranquillamente: Eligia, che appariva in ottime condizioni fisiche e che, come sua abitudine da quando era in stato di gravidanza, indossava un paio di fuseaux neri e una maglietta dello stesso colore, aveva consumato un pasto a base di minestrone, insalata verde, un pezzo di sfoglia con le melenzane e mezzo arancino. Dopo cena, i genitori di Eligia erano andati via, intorno alle ore 21,30, ed Eligia era rimasta a casa con il marito. Quando questi le aveva detto di voler uscire per andare a giocare alla sala Bingo, Eligia si era opposta, scatenando nel marito una improvvisa e violenta reazione. mentre entrambi si trovavano nel soggiorno.
Poichè Eligia urlava, il Leonardi, per zittirla, le aveva messo le mani sulla bocca e sul volto e l’aveva spinta violentemente contro il muro per immobilizzarla, verosimilmente cagionandole le multiple lesioni ecchimotiche al capo rilevate in sede di autopsia.
Mentre la teneva ferma ed addossata al muro continuando a comprimerle il volto e la bocca con le mani per impedirle di parlare, Eligia aveva cominciato a vomitare, rigurgitando parte del cibo sulla parete nonchè indosso ad entrambi, sporcando le pareti e il pavimento del soggiorno, e contestualmente inalandone una cospicua quantità; nonostante ciò il Leonardi continuava a tenerla bloccata.
Quando infine Eligia crollava a terra, ormai priva di conoscenza, il Leonardi si rendeva conto di aver commesso qualcosa di irreparabile e dopo aver riflettuto sul da farsi, decideva di mettere la moglie sul letto, e di fare sparire ogni traccia cambiandole i vestiti sporchi, pulendo le tracce di vomito sparse lungo le pareti del soggiorno e un po’ per tutta la casa, dopodichè provvedeva a chiamare il 118 e successivamente i suoceri. All’arrivo dei soccorritori – chiamati dal Leonardi alle ore 23,23, come risulta dalla scheda di intervento del 118 – l’imputato riferiva, in particolare al dott. Aloi che insistentemente cercare di suscitare la sua attenzione chiedendogli cosa fosse accaduto mentre appariva impegnato in una conversazione al cellulare, ben tre versioni in merito a quanto successo prima della telefonata al 118: 1) mentre era a letto, si era svegliato e aveva sentito la moglie rantolare; 2) mentre era in soggiorno, aveva sentito che la moglie – in camera da letto – non respirava bene; 3) mentre entrambi erano in soggiorno, la moglie aveva preso a vomitare e l’aveva portata in camera da letto; versioni dei fatti rivelatesi poi assolutamente false”.
Va anche aggiunto che Christian Leonardi prima dell’inizio del processo di primo grado aveva fatto pervenire alla Corte d’Assise un memoriale in cui effettuava una propria ricostruzione sugli eventi occorsi nella sua abitazione e ammetteva candidamente di avere ucciso la moglie. Poi, all’inizio del processo, il Leonardi ritrattava la confessione e accusava il proprio fratello e il suo primo difensore di fiducia di averlo indotto a rendere la confessione dicendogli che il procuratore aggiunto Fabio Scavone gli avrebbe fatto infliggere una mite pena se avesse confessato il femminicidio.
Il procuratore aggiunto Fabio Scavone, che ha rappresentato la pubblica accusa al processo di primo grado, ha smentito l’affermazione dell’imputato e si è battuto strenuamente per farlo condannare al carcere a vita. Ed è uscito vincitore nel braccio di ferro che lo contrapponeva alle due agguerrite avvocatesse Vera Benini e Felicia Mancini, che hanno assunto la difesa dell’ex guardia giurata.

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