Sebastiano Romano telefona a un amico per gioire della sommossa a Cavadonna e sull’uccisione di Vizzini dice: “Hanno fatto bene, rompeva le palle a tutti”

Siracusa. Non dal salotto di casa sua ma dall’interno della Casa Circondariale di Cavadonna il detenuto Sebastiano Romano, già sotto processo nel quale deve rispondere dell’omicidio del pregiudicato di Pachino Corrado Vizzini, ha telefonato ad un suo amico per manifestargli la sua gioia per la sommossa dei detenuti ospiti del blocco 50 e per i danni arrecati alle cucine e ad altre strutture del carcere e riguardo all’omicidio di Corrado Vizzini, di cui è chiamato a rispondere insieme a Stefano Di Maria, Massimiliano Quartarone e Giuseppe Terzo, gli ultimi due ieri condannati al massimo della pena, ovvero a trent’anni di reclusione grazie alla riduzione prevista dal rito abbreviato, altrimenti sarebbero stati condannati al carcere a vita come richiesto dal Pubblico Ministero Gaetano Bono, afferma senza manifestare alcuna umana pietà per la tragica fine del 55enne di Pachino: “Hanno fatto bene perché era uno che rompeva le palle a tutti”. La telefonata è stata fatta dal Romano con un cellulare introdotto clandestinamente all’interno della Casa Circondariale di Cavadonna e che il detenuto abilmente è riuscito a nascondere senza farselo sequestrare nell’ambito dei controlli effettuati dagli agenti di polizia penitenziaria nelle celle in cui dormono i reclusi. La conversazione è stata, però, intercettata in quanto il Pubblico Ministero Gaetano Bono, che sta indagando il pachinese per altri reati commessi quando non era stato ancora arrestato per l’omicidio di Corrado Vizzini, detto Corrado Marcuotto, aveva disposto di intercettare i suoi colloqui con i parenti che andavano a trovarlo in carcere. Questa mattina, il magistrato della Procura aretusea ha chiesto alla Corte d’Assise (presidente, Tiziana Carrubba; a latere, Liborio Mazziotta) di acquisirla al fascicolo processuale la trascrizione della conversazione telefonica. La Corte si è ritirata in camera di consiglio e quando è ritornata in aula ha dato lettura di una ordinanza con la quale ha disposto la trascrizione della conversazione, conferendo l’incarico di effettuarla alla signora Tamia Amato. La consulente, dopo aver giurato, ha comunicato che inizierà le operazioni peritali la mattina del 16 agosto prossimo e che consegnerà la perizia entro i prossimi quindici giorni. La Corte ha rinviato la prosecuzione del processo ordinario a carico di Sebastiano Romano, 28 anni, difeso dall’avvocato Mario Brancato e di Stefano Di Maria, assistito dal professore Carlo Taormina e avvocato Giambattista Rizza all’udienza del 22 luglio per raccogliere le dichiarazioni degli ufficiali di polizia giudiziaria Cicciarella e Sgandurra e per mettere a confronto l’imputato Di Maria con il proprio zio Franzo Arangio.
Nel corso dell’udienza di questa mattina, mercoledì 15 luglio, Massimiliano Quartarone, collegandosi dal carcere di Catania di Piazza Lanza, ha comunicato alla Corte d’Assise che non intendeva rispondere ad alcuna domanda sull’omicidio di Corrado Vizzini, per cui ha provocato la cocente delusione dell’avvocato Mario Brancato che ne aveva chiesto la citazione per fargli ribadire la dichiarazione confessoria da lui resa innanzi al Giudice dell’udienza preliminare Carmen Scapellato. Essendo imputato di reato connesso, il Quartarone, assistito a distanza dal proprio difensore di fiducia avvocato Junio Celesti, quando la presidente della Corte d’Assise gli ha chiesto se intendeva rispondere o avvalersi della facoltà di non rispondere ha dichiarato “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Una scelta, quella di Massimiliano Quartarone, che segna la fine del comparato di San Giovanni tra lui e l’imputato Stefano Di Maria. Il quale, prima della conclusione dell’udienza, ha chiesto di rendere una dichiarazione spontanea, durante la quale ha dichiarato: “Quando Quartarone mi chiese di manomettere la telecamera e minacciò che, se mi fossi rifiutato avrebbe rotto il comparato di san Giovanni che ci legava da molti anni, aggiungendo che avrebbe potuto reagire con propositi bellicosi nei miei confronti, sono sopraggiunti sia Sebastiano Romano che Giuseppe Terzo, che hanno sentito la minaccia fatta dal Quartarone”.
Invece è rimasto muto Sebastiano Romano, che non ha inteso far alcun commento sulla telefonata da lui fatta ad un suo amico o parente.
Agli atti processuali di Sebastiano Romano rimane la sua dichiarazione spontanea resa alcune udienze fa. In quell’occasione, Sebastiano Romano ha detto che la sera dell’agguato mortale – ricordiamolo il 16 marzo 2019 – si è trovato casualmente a transitare in Via De Sanctis, la strada in cui è stato ammazzato a colpi di pistola Corrado Vizzini, alias Marcuotto. “Io e mia moglie, per fare addormentare nostro figlio, in tenera età, abbiamo deciso di farci una passeggiata con la moto. E, attraversando parecchie strade, siamo andati a finire in Via De Sanctis. Ma io non c’entro nulla con l’omicidio di Corrado Vizzini. Vero che vengo ripreso dalle telecamere però ci tengo a ribadirlo che non mi trovo in Via De Sanctis per collaborare con Massimiliano Quartarone e Giuseppe Terzo per portare a compimento l’agguato mortale contro Corrado Vizzini. Io sono assolutamente innocente e mi trovo in carcere da oltre un anno senza avere commesso alcun reato”.
Il mortale agguato avvenne la sera del 16 marzo, in Via De Sanctis, a Pachino. Corrado Vizzini, alla guida del proprio ciclomotore, si stava dirigendo verso casa in quanto entro le ore 21 doveva rincasare come disposto dai giudici che lo avevano sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. Fu centrato da un proiettile allo stomaco, risultato quello mortale, da un’altra pallottola al braccio, e da un terzo proiettile nella parte alta della coscia sinistra che scheggiò la vescica.
Trasportato all’ospedale Di Maria di Avola Corrado Vizzini è deceduto a distanza di dieci giorni dal ricovero per le gravi lesioni interne provocate sia dalla pallottola penetrata allo stomaco sia da quella entrata nella coscia sinistra.
In seguito al decesso di Corrado Vizzini, il Pubblico Ministero Gaetano Bono ordinava il fermo dei quattro pachinesi, tutti inquadrati dalle telecamere la sera dell’agguato e tutti invitati negli uffici del Commissariato della Polizia di Stato di Pachino per essere sottoposti a sommarie informazioni testimoniali e per essere sottoposti al tampon-kit, che, però, è risultato negativo. Di Maria e Romano sono stati fermati a Pachino, mentre Massimiliano Quartarone e Giuseppe Terzo venivano fermati il primo a Vercelli ed il secondo a Genova, dove si erano rifugiati presso parenti dopo essersi allontanati nottetempo da Pachino.
Le immagini televisive costituiscono l’indizio più grave nei confronti di Massimiliano Quartarone e dei suoi tre compaesani. Prima ancora che Quartarone confessasse di essere stato lui ad avere esploso quattro colpi di pistola contro Corrado Vizzini, gli inquirenti ritenevano grave indizio di reità a carico del Quartarone e del Di Maria la richiesta fatta dal primo al secondo di manomettere le telecamere installate nella zona dell’agguato mortale. Tra l’altro questa circostanza è stata confermata dalla madre della compagna del presunto autore dell’omicidio, ovvero Massimiliano Quartarone. La donna, interrogata dalla Polizia, ha dichiarato di avere saputo della richiesta di far mettere fuori uso le telecamere per cancellare la prova filmata della sua presenza sul luogo del delitto. Per le Difese del Di Maria e del Romano non ci sono ulteriori indizi per poter sostenere l’accusa di concorso in omicidio volontario aggravato e si batteranno per ottenere la loro assoluzione.

CONDIVIDI