Omicidio Vizzini, il processo rinviato al 7 settembre per la requisitoria del Pubblico Ministero

Siracusa. C’è poco da raccontare dell’udienza di oggi, mercoledì 22 luglio. Il confronto tra l’imputato Stefano Di Maria e lo zio Franzo Arangio s’è svolto regolarmente, ma la dichiarazione del teste resa nelle fasi delle indagini preliminari non è stata smentita dal nipote. Franzo Arangio, infatti, ha ribadito ciò che ebbe a vedere la sera del 16 aprile 2019 in Via De Sanctis e ha, planimetria della strada sotto gli occhi perché gliela mostrava la presidente della Corte d’Assise Tiziana Carrubba, indicato alla stessa presidente, al giudice a latere Liborio Mazziotta, al Pubblico Ministero Gaetano Bono, al professore Carlo Taormina, agli avvocati Giambattista Rizza e Mario Brancato, a qualche altro avvocato dello studio Rizza, dove si trovavano quella sera suo nipote, il killer Massimiliano Quartarone, Sebastiano Romano e Giuseppe Terzo. Semmai è stata nella deposizione dell’ispettore di polizia Sgandurra che sono venute fuori delle anomalie, causate probabilmente da un vuoto di memoria del testimone. Il poliziotto ha detto che gli interrogatori del quattro pachinesi, quando vennero invitati nei locali del Commissariato di Pachino per rendere sommarie informazioni, si sarebbero conclusi intorno alle 6 del mattino. La madre del Di Maria sostiene, invece, che suo figlio e gli altri tre giovani ritenuti i responsabili dell’omicidio di Corrado Vizzini, sono usciti dalla sede del Commissariato dopo le 8,30. Qualcuno ha chiesto l’audizione del piantone in servizio quel giorno negli uffici della Polizia di Stato affinché dicesse chi tra l’ispettore Sgandurra e la mamma del Di Maria ha indicato correttamente l’ora in cui gli allora indagati, oggi imputati, lasciarono gli uffici del Commissariato. La Corte, dopo essersi ritirata in camera di consiglio, ha rigettato la richiesta ritenendo ininfluente la deposizione del piantone del Commissariato di Pachino. E, finalmente, alle ore 13,50 la presidente della Corte, Tiziana Carrubba, dopo aver permesso a Sebastiano Romano di rendere una dichiarazione spontanea, (“quella sera del 16 aprile 2019, sono sceso dalla macchina per sgranchirmi le gambe e fumare una sigaretta. Appena ho esaurito la sigaretta ho salutato tutti e sono ritornato a riprendere la macchina a bordo della quale c’erano mia moglie e nostro figlio”), ha comunicato la data in cui sarà ripreso il processo: il 7 settembre, per la fase della discussione. Ma la fase dibattimentale non è stata ancora dichiarata chiusa visto che il 16 agosto, quando tutti sono sotto gli ombrelloni al mare (tranne i due imputati Di Maria e Romano che debbono trascorrere il mese di agosto in carcere), la consulente tecnica Tania Amato inizierà le operazioni peritali sulla intercettazione operata ai danni del Romano che, telefonando ad un conoscente con un telefonino non si sa come entrato al carcere di Cavadonna, parlava in termini entusiastici della rivolta avvenuta ai primi di marzo 2020 nell’istituto di pena da parte dei detenuti del blocco 50 e dei gravissimi danni arrecati alle celle, alle cucine e ad altre strutture della Casa Circondariale. Durante la conversazione il Romano, rispondendo ad una domanda del suo interlocutore, diceva “hanno fatto bene ad ammazzare Corrado Vizzini in quanto era uno che rompeva le palle a tanta gente”. Come richiesto dal Pubblico Ministero Gaetano Bono, la conversazione tra Sebastiano Romano e l’anonimo con cui parlava al telefono è stata acquisita agli atti del processo ma prima dovrà essere trascritta dalla signora Tania Amato, che, accettando l’incarico, ha comunicato che depositerà la perizia il 31 agosto. Per cui quando la Corte il 7 settembre riprenderà ad occuparsi del processo a carico di Stefano Di Maria, difeso dal professore Carlo Taormina e dall’avvocato Giambattista Rizza, e di Sebastiano Romano, difeso dall’avvocato Mario Brancato, riceverà dalla consulente la trascrizione della conversazione intercettata.
Appuntamento quindi al 7 settembre. Dopo la chiusura della fase dibattimentale, la Corte darà la parola al Pubblico Ministero Gaetano Bono per illustrare la propria requisitoria e presentare il conto ai due pachinesi alla sbarra. Poi sarà la volta dei difensori dei due imputati. Se requisitoria e arringhe difensive si concluderanno in tre quattro ore al massimo, la Corte d’Assise andrà in camera di consiglio per deliberare il verdetto, altrimenti sarà fissata un’ulteriore udienza per repliche, camera di consiglio e lettura della sentenza.
Va ricordato che Massimiliano Quartarone, difeso dall’avvocato Junio Celesti, e Giuseppe Terzo, assistito dall’avvocato Giuseppe Gurrieri, sono stati giudicati con rito abbreviato e condannati dal Giudice dell’udienza preliminare Carmen Scapellato a trent’anni di reclusione.
Il mortale agguato avvenne la sera del 16 marzo 2019, in Via De Sanctis, a Pachino. Corrado Vizzini, alla guida del proprio ciclomotore, si stava dirigendo verso casa in quanto entro le ore 21 doveva rincasare come disposto dai giudici che lo avevano sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. Fu centrato da un proiettile allo stomaco, risultato quello mortale, da un’altra pallottola al braccio, e da un terzo proiettile nella parte alta della coscia sinistra che scheggiò la vescica.
Trasportato all’ospedale Di Maria di Avola Corrado Vizzini è deceduto a distanza di dieci giorni dal ricovero per le gravi lesioni interne provocate sia dalla pallottola penetrata allo stomaco sia da quella entrata nella coscia sinistra.
In seguito al decesso di Corrado Vizzini, il Pubblico Ministero Gaetano Bono ordinava il fermo dei quattro pachinesi, tutti inquadrati dalle telecamere la sera dell’agguato e tutti invitati negli uffici del Commissariato della Polizia di Stato di Pachino per essere sottoposti a sommarie informazioni testimoniali e per essere sottoposti al tampon-kit, che, però, è risultato negativo. Di Maria e Romano sono stati fermati a Pachino, mentre Massimiliano Quartarone e Giuseppe Terzo venivano fermati il primo a Vercelli ed il secondo a Genova, dove si erano rifugiati presso parenti dopo essersi allontanati nottetempo da Pachino.
Le immagini televisive costituiscono l’indizio più grave nei confronti di Massimiliano Quartarone e dei suoi tre compaesani. Prima ancora che Quartarone confessasse di essere stato lui ad avere esploso quattro colpi di pistola contro Corrado Vizzini, gli inquirenti ritenevano grave indizio di reità a carico del Quartarone e del Di Maria la richiesta fatta dal primo al secondo di manomettere le telecamere installate nella zona dell’agguato mortale. Tra l’altro questa circostanza è stata confermata dalla madre della compagna del presunto autore dell’omicidio, ovvero Massimiliano Quartarone. La donna, interrogata dalla Polizia, ha dichiarato di avere saputo della richiesta di far mettere fuori uso le telecamere per cancellare la prova filmata della sua presenza sul luogo del delitto. Per le Difese del Di Maria e del Romano non ci sono ulteriori indizi per poter sostenere l’accusa di concorso in omicidio volontario aggravato e si batteranno per ottenere la loro assoluzione.

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