Morte Licia Gioia, il poliziotto Francesco Ferrari assolto con formula piena dall’accusa di omicidio volontario, il Gup Palmeri: il fatto non sussiste

Siracusa. E’ uscita poco dopo le ore 14 la sentenza nei confronti del poliziotto Francesco Ferrari, 46 anni, accusato di avere ucciso la propria moglie, il maresciallo dell’Arma dei Carabinieri Licia Gioia. Il Giudice dell’udienza preliminare Salvatore Palmeri ha pronunciato sentenza di assoluzione con formula ampiamente liberatoria nei confronti del poliziotto Ferrari, facendo ricorso alla formula perché il fatto non sussiste. Assolvendo il Ferrari, difeso dall’avvocato Stefano Rametta, il Gup Palmeri ha rigettato la richiesta di risarcimento dei danni avanzata sia dai genitori e dal fratello di Licia Gioia, assistiti dall’avvocato Aldo Ganci sia dall’Associazione contro la violenza sulle donne Ipazia, assistita dall’avvocato Alessia Lo Tauro. L’udienza era iniziata malissimo per le parti civili a causa dell’improvviso cambio di rotta del Pubblico Ministero Gaetano Bono, che ha ereditato il fascicolo dal sostituto procuratore Marco Di Mauro, costretto ad abbandonarlo in quanto trasferito dal Csm alla Procura di Milano. Nonostante fosse subentrato a seguito della richiesta di rinvio a giudizio di Francesco Ferrari, il Pubblico Ministero Gaetano Bono, da pochissimo tempo in servizio alla Procura della Repubblica di Siracusa, aveva dato l’impressione di condividere le conclusioni cui era pervenuto il magistrato titolare delle indagini, il sostituto Marco Di Mauro, che, dopo incertezze e tentennamenti sulla corretta ipotesi delittuosa da contestare al marito della marescialla dei Carabinieri Licia Gioia, aveva preso la decisione di rinviarlo a giudizio per rispondere del reato di omicidio volontario aggravato. Con il visto del procuratore aggiunto Fabio Scavone, che all’epoca reggeva la Procura della Repubblica di Siracusa, in attesa della nomina del procuratore capo, poi individuato nella dottoressa Sabrina Gambino, il sostituto procuratore Marco Di Marco contestava al poliziotto Francesco Ferrari il reato di omicidio volontario aggravato per avere” in esito ad una colluttazione, verificatasi all’interno dell’abitazione coniugale, sita in Siracusa in Via Della Spatola 4 (contrada Isola), cagionato la morte della coniuge convivente, Gioia Licia, mediante l’esplosione di due colpi di pistola Beretta calibro 9 Parabellum, in dotazione alla vittima nella sua qualità di sottufficiale della Compagnia dei Carabinieri di Siracusa, che l’attingevano prima al capo con ferita trapassante, con direzione del basso verso l’alto e poi alla coscia con ritenzione del proiettile nel gluteo destro, determinandone il decesso”. Il Pubblico Ministero Bono ha difeso a spada tratta l’operato dell’allora titolare delle indagini dando così l’impressione che il giorno in cui avrebbe dovuto svolgere la requisitoria si sarebbe battuto per la colpevolezza del poliziotto Francesco Ferrari. Ed, invece, a sorpresa, ha cambiato idea e si è battuto per l’assoluzione con formula piena del presunto autore del femminicidio. Nel corso della requisitoria, infatti, il rappresentante della pubblica accusa ha preannunciato la richiesta di assoluzione in quanto si era reso conto che non c’era uno straccio di prova a carico del poliziotto per poterlo accusare o di omicidio volontario aggravato o di omicidio colposo o di istigazione al suicidio. E mentre lui parlava i genitori ed il fratello di Licia si sono resi conto che sia Scavone che Di Mauro, prima, e Bono, dopo, li avevano illusi promettendo loro che sarebbero stati al loro fianco nella causa intentata contro Francesco Ferrari.
Invece, in linea con l’impegno assunto di onorare la memoria del maresciallo dei Carabinieri Licia Gioia, gli avvocati Aldo Ganci e Alessia Lo Tauro, nella qualità di legali delle parti civili, si sono battuti strenuamente per persuadere il Gup Salvatore Palmeri che sia il medico legale Francesco Coco che il consulente di medicina legale nominato dai genitori della vittima, Giuseppe Bulla, gli hanno indicato la strada da percorrere per ritenere Francesco Ferrari l’autore dell’omicidio ai danni della moglie Licia Gioia. Nelle rispettive consulenze i due medici settori hanno detto che Licia Gioia era morta a seguito dell’esplosione del primo colpo di pistola. Il primo proiettile espulso dalla calibro 9, la pistola in dotazione alla vittima, era penetrato alla tempia ed era poi fuoriuscito dall’altra parte della teca cranica. Se non ci fosse stata l’esplosione della seconda pallottola, chiunque avrebbe sostenuto l’ipotesi del suicidio. Il secondo proiettile, esploso quando Licia già era morta e non aveva più al capo una rilevante parte del cuoio capelluto, secondo il medico legale Coco e il consulente di medicina legale Bulla, annullava di fatto l’ipotesi del suicidio e valorizzava quella dell’omicidio. Anche perché, per i due tecnici, il secondo colpo non poteva averlo esploso Licia Gioia ma la persona che si trovava in sua compagnia, appunto il marito Francesco Ferrari. Quel proiettile, espulso dalla calibro 9, immediatamente dopo quello che aveva spappolato la teca cranica di Licia Gioia, penetra alla coscia della morta, fuoriesce e si conficca nella gamba del poliziotto Ferrari, per poi fuoriuscire e disperdersi nella camera da letto dove è avvenuta la sparatoria. La verità la sanno soltanto il poliziotto Ferrari e la moglie, sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Nella villa di località Isola, dove risiedono i due coniugi, è presente il figlio del Ferrari, concepito durante il primo matrimonio con una poliziotta. Il bambino, che ha undici anni, si trova nella sua stanzetta, al piano rialzato della villetta, quando il padre e Licia Gioia cominciano a litigare. Il ragazzo, però, afferma di non avere sentito né la lite né i due colpi di pistola. Il ragazzo viene svegliato dalla madre che, informata dall’ex marito della tragedia, si reca assieme ad un’amica nella villa di contrada Isola, per andarsi a riprendere il figlio prima che arrivassero gli inquirenti ed il medico legale. Ma, oltre all’ex moglie e alla sua amica, nella villetta si recano dei colleghi poliziotti del Ferrari per cui, come dice il medico legale Franco Coco, non si poteva escludere l’inquinamento della scena del delitto. Il medico legale Coco arriva addirittura ad insinuare che la posizione della vittima non si addice ad una persona che si è suicidata. Le valutazioni del medico legale Coco verranno condivise dal consulente di medicina legale Giuseppe Bulla, ma non dai periti nominati dal Gup Salvatore Palmeri. Il perito di balistica Felice Nunziata, di Castello di Palma Campania, in provincia di Napoli, e il perito professore Cataldo Raffino, medico legale presso l’Area Medicina Legale sede Inail di Enna, affermano invece che sia verosimile l’ipotesi del suicidio che quella dell’omicidio.
Il poliziotto Francesco Ferrari ha sempre respinto gli addebiti, negando di avere ucciso la propria moglie. Il loro rapporto non era più idilliaco come ai tempi in cui si erano giurati eterno amore, ma andava regolarmente avanti nonostante i frequenti litigi causati, a quanto pare, dalla gelosia di lei. I genitori di Licia, avendo cresciuta la figlia, dicono che quella del suicidio per gelosia è una balla grossa quanto una casa. “Nostra figlia non si sarebbe mai tolta la vita per la gelosia, avrebbe lasciato il marito se il rapporto coniugale si fosse deteriorato. Nostra figlia era un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, aveva un carattere forte e non si sarebbe ammazzata perché gelosa del marito” – dicono i genitori di Licia Gioia, i quali sono usciti dall’aula arrabbiatissimi e profondamente delusi, subito dopo avere sentito la richiesta di assoluzione nei confronti dell’ex genero avanzata dal Pubblico Ministero Gaetano Bono. Hanno preannunciato appello contro quella che ritengono una sentenza sbagliata, considerata invece giusta e corretta sotto il profilo giuridico dall’avvocato Stefano Rametta che, nel corso della propria arringa difensiva, aveva ribadito che il poliziotto Francesco non ha ammazzato la propria moglie, ma aveva cercato di disarmarla per evitare che compisse il gesto autolesionistico di farsi saltare il cervello. In quei frangenti è partito il secondo colpo che ha ferito alla gamba anche lui, dopo essere penetrato e fuoriuscito dalla coscia della moglie. Convintissimo dell’innocenza del suo cliente, l’avvocato Stefano Rametta lo ha convinto a chiedere di essere giudicato con il rito abbreviato e la scelta processuale si è rivelata vincente.

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