Operazione San Paolo, 24 arresti per mafia, estorsioni, traffico di droga ed usura: 19 in carcere tra cui il boss Antonio Aparo, 5 ai domiciliari. Sfugge alla cattura un indagato, il 26° si trovava già ai domiciliari

Solarino. Per dare esecuzione ad una ordinanza cautelare, emessa dal Giudice delle indagini preliminari Cannella, su richiesta del Pubblico Ministero Alessandro Sorrentino, sostituto alla Procura Distrettuale Antimafia di Catania, nelle prime ore della mattinata odierna, i Carabinieri della Sezione Operativa del NORM della Compagnia di Siracusa, con la collaborazione del personale delle Compagnie di Augusta e di Noto e del Reparto Operativo del Provinciale di Siracusa, con il supporto di un elicottero del 12° Elinucleo Carabinieri di Catania ed unità cinofile antidroga del Nucleo Carabinieri Cinofili di Nicolosi (CT), hanno arrestato ventiquattro persone, residenti nei comuni di Solarino, Floridia, Avola, Noto e Catania, accusate, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e usura, tentata estorsione ed usura, aggravati dalla finalità di agevolare il clan Aparo attivo nel territorio di Floridia e Solarino.
Il Gip Cannella ha disposto la misura della custodia in carcere nei confronti di diciannove indagati e la misura cautelare degli arresti domiciliari per altri cinque indagati.
Il provvedimento coercitivo della custodia in carcere è stato applicato al boss Antonio Aparo, 62 anni, ristretto presso il carcere di Opera dove sta scontando la pena dell’ergastolo, cui viene contestato il reato di associazione per delinquere di stampo mafiosa; Massimo Calafiore, 52 anni, accusato di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso, associazione per delinquere finalizzata all’usura ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria; Giuseppe Calafiore, 52 anni, accusato di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso, associazione per delinquere finalizzata all’usura ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria; Salvatore Giangravè, 57 anni, accusato di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Angelo Vassallo, 57 anni, accusato di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Massimo Privitera, 47 anni, accusato di spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Francesco Liotta, 31 anni, accusato di associazione di tipo mafioso; Salvatore Mazzaglia, 63 anni, inteso Nino, già ristretto presso il carcere di Catania Bicocca, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Victor Andrea Junior Mangano, 29 anni, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Paolo Nastasi, 42 anni, accusato di spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Antonio Amato, 34 anni, inteso “cappellino”, accusato di spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Maurizio Assenza, 56 anni, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Sebastiano Carmelo Assenza, 26 anni, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Jacopo De Simone, 27 anni, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Angelo Aglieco, 19 anni, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Joseph Valenti, 28 anni, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Antonio Privitera, 24 anni, accusato di associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Giuseppe Crispino, 42 anni, inteso ‘u vabberi, già ristretto presso il carcere di Terni, accusato di tentata estorsione in concorso e aggravata dal metodo mafioso.
Sono stati tradotti agli arresti domiciliari presso le rispettive abitazioni Antonia Valenti, 74 anni, pensionata, incensurata, accusata di associazione per delinquere finalizzata all’usura; Clarissa Burgio, 38 anni, impiegata, incensurata, accusata di associazione per delinquere finalizzata all’usura; Andrea Occhipinti, 31 anni, operaio, incensurato, accusato di spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso; Domenico Russo, 56 anni, veterinario, incensurato, accusato di tentata estorsione in concorso e aggravata dal metodo mafioso.
Le indagini, avviate nel mese di settembre 2017 e durate circa un anno, hanno consentito, mediante specifici servizi di osservazione, controllo e pedinamento, oltre che attraverso l’installazione di videocamere e l’attivazione di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche, di disarticolare un sodalizio mafioso riconducibile alla sfera di influenza del clan Aparo, storicamente dominante nei comuni dell’hinterland siracusano, come Floridia e Solarino, quest’ultimo comunemente denominato “San Paolo”, da cui il nome dell’indagine.
Il sodalizio aveva al suo vertice Massimo Calafiore, il quale era stato investito della reggenza “pro tempore” del clan direttamente dal suo storico boss, Antonio Aparo, mediante l’invio di missive spedite mentre questi si trovava ristretto nel carcere di Milano, una volta terminato il regime del 41 bis. Accanto a Massimo Massimo, in qualità di suo luogotenente, era stato collocato Giuseppe Calafiore. I due Calafiore non sono né fratelli, né cugini. Risiedono, però, entrambi a Solarino. Ulteriori partecipi dell’associazione in posizione apicale e gestori dell’usura e del traffico di stupefacenti, erano Salvatore Giangravè e Angelo Vassallo, vecchi componenti del clan Aparo e protagonisti di spicco in tutte le operazioni antimafia contro il clan Aparo-Nardo-Trigila, da poco scarcerati dopo un lungo periodo di detenzione. Come accertato dagli inquirenti Giangravè e Vassallo sono stati Inizialmente ostili alla reggenza dei due Calafiore, ma poi erano stati convinti da ulteriori missive trasmesse dal carcere da parte dello stesso Antonio Aparo. Il braccio armato del clan, utilizzato per mantenere il regime di sopraffazione ed omertà sul territorio a favore dell’associazione, era invece costituito da Mario Liotta, già deceduto, e dal figlio Francesco Liotta, divenuti l’articolazione operativa del gruppo criminale, con compiti di intimidazione violenta a commercianti e ad altri privati.
Il clan, così composto, aveva dato vita a un vero e proprio dominio sui centri di Floridia e Solarino. Molteplici erano i campi di influenza dell’associazione mafiosa, dall’usura agli stupefacenti, dalle estorsioni ai danneggiamenti mediante attentati incendiari.
In particolare, l’indagine traeva origine da alcuni incendi verificatisi nel comune di Floridia a danno di esercizi commerciali, tutti accomunati dallo stesso modus operandi. Analizzando tali episodi si risaliva agli autori materiali e ai loro mandanti, facendo venire alla luce l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso radicata sul territorio, resasi responsabile di numerosi episodi di usura, di cui gli incendi e i danneggiamenti costituivano l’esortazione a pagare. A capo dell’associazione, vi erano, come detto, proprio i due Calafiore che, utilizzando denaro del sodalizio criminale, concedevano prestiti a tassi usurari a privati cittadini in stato di bisogno, tra cui anche commercianti in difficoltà, praticamente sostituendosi agli istituti bancari. A differenza di questi ultimi, però, i due applicavano tassi di interesse pari al 20% mensile e quindi al 240% annuo. A Giuseppe Calafiore era deputata la tenuta della contabilità mediante appunti che materialmente erano custoditi dalla madre, Antonia Valenti, destinataria anche lei di misura cautelare. Negli appunti, oltre che sulle pagine dei calendari della casa della Valenti, erano annotati nominativi, ammontare delle rate, date in cui i pagamenti dovevano essere effettuati, oltre che la contabilità dei prestiti che Giuseppe Calafiore aveva erogato a titolo personale, fuori dall’influenza del clan. Le vittime di usura accreditavano ai loro strozzini le rate pattuite mediante bonifici bancari o trasferimenti monetari su Postepay, oltre che con il classico metodo del trattenimento di assegni dati in garanzia per l’ammontare del prestito. In caso di inadempimento, i due Calafiore procedevano ad impossessarsi di autovetture, beni immobili e esercizi commerciali delle vittime, gettandole letteralmente sul lastrico.
A coadiuvare i due Calafiore, e in modo particolare Giuseppe Calafiore, nella gestione dell’associazione per delinquere finalizzata all’usura vi erano le donne di casa: come detto, la madre, Antonia Valenti, col compito di custodire la contabilità e il denaro, e la compagna, Clarissa Burgio, inizialmente vittima di usura da parte dei Calafiore, poi divenuta compagna di Giuseppe e quindi diventata il suo naturale sostituto, allorquando Giuseppe Calafiore era stato tratto in arresto per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio e ristretto in carcere per un breve periodo.
Il giro dell’usura, emerso durante l’attività di indagine, è risultato di amplissima portata tanto da far ritenere configurato il reato di esercizio abusivo di attività finanziaria e creditizia. Solo di alcuni episodi è stata possibile la compiuta ricostruzione. In molti altri casi, infatti, mancando la collaborazione delle vittime, non è risultata possibile la contestazione.
L’associazione mafiosa, oggi disarticolata, non si occupava solo di usura. Florida era anche l’attività legata al traffico e spaccio di sostanza stupefacente. Le indagini hanno consentito, infatti, di accertare che il sodalizio criminale gestito da Massimo e Giuseppe Calafiore, per incrementare ulteriormente gli introiti, aveva deciso di utilizzare parte dei proventi derivanti dall’usura per l’acquisto di grosse quantità di stupefacenti, principalmente cocaina, hashish e marijuana, fornite dai catanesi, Salvatore Mazzaglia e Victor Andrea Mangano, soggetti legati al clan etneo dei Santapaola-Ercolano, gruppo di Nicolosi-Mascalucia. La sostanza stupefacente veniva poi rivenduta a numerosi acquirenti di Floridia alimentando lo spaccio al dettaglio in quel centro.
Dall’associazione dei Calafiore si rifornivano anche spacciatori indipendenti come Andrea Occhipinti, Paolo Nastasi, Antonio Amato, detto “Cappellino”, e Massimo Privitera, operanti tutti in Floridia.
Sempre seguendo il canale della sostanza stupefacente che da Catania giungeva a Floridia attraverso i Calafiore, emergeva, inoltre, l’esistenza di una vera e propria piazza di spaccio sita in via Fava, alimentata dallo stupefacente acquistato e rivenduto dai Calafioree i cui promotori ed organizzatori venivano individuati in Maurizio Assenza e suo figlio Sebastiano Carmelo Assenza, che unitamente a Joseph Valenti, Antonio Privitera, Angelo Aglieco e Jacopo De Simone, avevano dato vita ad una vera e propria organizzazione dedita allo spaccio di sostanza stupefacente del tipo cocaina, hashish e marijuana.
Nel corso dell’indagine sono stati eseguiti numerosi riscontri, riuscendo a sequestrare complessivamente grammi 300 di cocaina. Sono stati altresì segnalati alla Prefettura, quali assuntori, circa venti clienti della piazza di spaccio di via Fava, nonché degli spacciatori indipendenti che si rifornivano dai Calafiore. Inoltre, sono state tratte in arresto sette persone per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio. L’introito stimato del giro di droga scoperto grazie a questa indagine si aggirava intorno ai 350.000 euro in soli quattro mesi.
Oltre all’usura e agli stupefacenti, l’associazione mafiosa si dedicava anche ai danneggiamenti mediante incendi, utilizzati per far sentire la forza di intimidazione del clan sul territorio, per punire coloro che non erano puntuali nei pagamenti o che avevano interrotto i rapporti interpersonali con il clan ovvero, a volte, anche semplicemente per dare fastidio alle Forze dell’Ordine quando queste ultime segnalavano qualcuno dei consociati per violazione degli obblighi cui erano sottoposti. Almeno quindici si sono rivelati gli atti incendiari attribuibili all’associazione, sia a danno di autovetture che di esercizi commerciali, quasi tutti riconducibili al braccio esecutivo dell’associazione, ovvero a padre e figlio Liotta. Emblematiche talune motivazioni scatenanti di attentati incendiari: l’incendio dell’autovettura dei proprietari di un bar di Solarino, rei di non aver praticato uno sconto su una torta acquistata dal boss Massimo Calafiore per il compleanno del figlio, addirittura facendogli pagare un lecca lecca che lo stesso, all’atto del ritiro del dolce, aveva acquistato alla figlia che lo accompagnava. Altro episodio è rappresentato dall’incendio di un intero pub di Floridia dopo che Giuseppe Calafiore aveva giudicato troppo caro un tagliere di formaggi e non aveva potuto ricevere le ostriche e champagne, da lui richieste, ma non disponibili.
Nel corso dell’indagine è emersa altresì la figura del veterinario Domenico Russo, dapprima parte offesa in quanto vittima dell’usura dei Calafiore, successivamente, mandante di una tentata estorsione nei confronti di un netino che lo aveva truffato. Il veterinaio si era rivolto a Massimo Calafiore e a Giuseppe Crispino, esponente del clan Trigila di Noto, per farsi restituire i soldi dall’uomo che lo aveva truffato.
Il Gip Cannella non ha accolto la richiesta di applicazione della custodia in carcere avanzata dal Pubblico Ministero Sorrentino nei confronti di Corrado Giallongo, in quanto lo stesso si trova già sottoposto agli arresti domiciliari per avere incendiato un bar di Floridia. Il Gallongo è difeso dall’avvocato Antonio Meduri.
All’appello manca una sola persona, sfuggita alla retata dei Carabinieri ed oggi ufficialmente irreperibile sul territorio nazionale.
Nel corso delle odierne attività di polizia giudiziaria, è stata data esecuzione all’ordine di sequestro preventivo di un’autovettura Audi Q5 di proprietà di una delle vittime di usura, ma nella disponibilità di Massimo Calafiore, da lui “requisita” alla stessa vittima come pegno per i mancati pagamenti.
Presso le abitazioni degli arrestati sono stati, invece, sequestrati vari assegni e bancomat, sostanza stupefacente del tipo hashish per 5 grammi, 1 grammo di cocaina e denaro in contante per quasi 13 mila euro.
All’attività di esecuzione della corposa ordinanza custodiale emessa dal Gip Cannella del Tribunale di Catania hanno preso parte circa 100 militari del Comando Provinciale Carabinieri di Siracusa, un elicottero dell’Arma, unità cinofile e militari della Compagnia di intervento Operativo del 12° Reggimento Carabinieri “Sicilia” di Palermo.
Il personaggio più famoso è certamente il boss Antonio Aparo, balzato agli onori della cronaca il 10 novembre del 1988 giorno in cui lui e Salvatore Di Stefano, detto Turuzzo ‘u niuru, effettuarono la strage del bar Moka, nella città capoluogo. Antonio Aparo e Salvatore Di Stefano, armati di tutto punto, fecero irruzione nel bar di Via Roma, in Ortigia, e uccidevano Pasquale Bottaro, detto “Varbazza”, cugino del boss Salvatore Bottaro, e Carmelo Zaccarello, figlio del titolare del bar. Quella sera del 10 novembre, vigilia di San Martino, alcuni componenti del gruppo mafioso Urso- Bottaro, si erano dati appuntamento in quel bar di Ortigia per fare una scorpacciata di zeppole e crispelle. Improvvisamente, nella saletta bar dove erano riuniti attorno a una tavolata i componenti del clan Urso-Bottaro, facevano irruzione due uomini armati che
Immediatamente aprivano il fuoco uccidendo sul colpo Pasquale Bottaro, freddato mentre stava addentando una zeppola. Venivano feriti anche Antonio Sapia e Cinzia Giudice, quest’ultima fidanzata del figlio del titolare del bar Moka. Vedendo la sua fidanzata riversa per terra e sanguinante, Carmelo Zaccarello interveniva per soccorrerla e mentre lui si chinava per tamponare la ferita dalla quale fuoriusciva parecchio sangue uno dei due killer gli esplodeva contro dei colpi di pistola, uccidendolo. Tutti i partecipanti all’abbuffata di zeppole si davano a precipitosa fuga, tra cui anche Antonio Antonio Sapia e suo suocero Vittorio Buccheri. Il Sapia, essendo stato raggiunto ad una gamba da un colpo di pistola, non riusciva a seguire nella fuga il suocero ma cadde vinto dal dolore. Pochi istanti dopo venne raggiunto da uno dei due killer che, puntando la canna alla testa di Antonio Sapia, pigiò il grilletto. Ma dalla canna non fuorusciva alcun proiettile. Il killer ripeteva per una seconda volta e anche una terza volta l’operazione di ricaricare l’arma e di pigiare il grilletto ma entrambi i tentativi risultavano vani. A quel punto il killer resosi conto che la pistola si era inceppata, desisteva e così Antonio Sapia, detto ‘u lupu, scampava alla morte. A distanza di circa un mese alcuni killer del clan Aparo-Santa Panagia tendevano un agguato al suocero di Sapia, Vittorio Buccheri, e lo uccidevano. Salvatore Di Stefano venne ucciso a sua volta dai fratelli Orazio e Giuseppe Provenzano Caschetto, invece Antonio Aparo venne arrestato, nel 1995, nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Gioconda”, e, nel corso del dibattimento, confessò la sua partecipazione alla strage del bar Moka. La Corte d’Assise di Siracusa, gli inflisse la condanna a trent’anni di reclusione, in considerazione della confessione resa. Ma successivamente, sulla base delle chiamate in correità ed in reità di esponenti del clan Santa Panagia, divenuti collaboratori di giustizia, Antonio Aparo venne riconosciuto colpevole di altri omicidi e condannato alla pena dell’ergastolo che sta scontando nel carcere di Opera di Milano. Antonio Aparo viene difeso dall’avvocato Nino Campisi.
Gli interrogatori di garanzia dovranno avvenire entro cinque giorni dalla notifica delle ordinanze cautelari. Il Gip Cannella ha imposto il divieto ai difensori di conferire con i rispettivi assistiti prima dell’interrogatorio di garanzia. Gli avvocati che assistono gli arrestati sono i penalista Antonio Meduri, Gabriele Germano, Antonino Campisi, Franca Auteri e Giorgio D’Angelo.

 

 

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