Mafia, il reggente Massimo Calafiore non parla, il suo vice Giuseppe Calafiore nega accuse

Catania. All’aula bunker del carcere di Bicocca si sono svolti i primi interrogatori di garanzia degli affiliati al clan Aparo arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia, antidroga, antiusura e antiestorsione denominata “San Paolo” dai Carabinieri del Comando provinciale di Siracusa.
Il Giudice delle indagini preliminari Carlo Cannella ed il Pubblico Ministero Alessandro Sorrentino, titolare delle indagini, hanno dato la precedenza al cosiddetto reggente esterno del clan Aparo, le cui generalità sono quelle di Massimo Calafiore, che viene difeso dall’avvocato Domenico Mignosa. Massimo Calafiore è divenuto il reggente del gruppo su espressa richiesta del boss Antonio Aparo, che ha cominciato una fitta corrispondenza con il compaesano di Solarino immediatamente dopo che il Ministro della Giustizia gli aveva revocato il 41 bis. Secondo i rapporti dei Carabinieri Aparo aveva interrotto ogni tipo di rapporto con gli altri esponenti del sodalizio mafioso, per cui, essendo condannato alla pena dell’ergastolo, il Ministro della Giustizia decise di estrometterlo dal regime del carcere duro in quanto, secondo informazioni degli inquirenti, il clan Aparo si era dissolto. Eppure, quelli della Squadra Mobile della Questura aretusea sapevano benissimo che il boss di Solarino non aveva smesso assolutamente di cercare le persone giuste cui affidare l’incarico di ricostituire il gruppo. Nel 2004 Antonio Aparo ci aveva tentato dando l’incarico all’avolese Corrado Di Pietro e al vecchio esponente della mafia siracusana Nunzio Salafia, che, risiedeva a Floridia. Ma entrambi i soggetti scelti da Aparo si rivelarono inadatti al ruolo di ricostituire il gruppo mafioso e per il boss solarinese ci fu anche lo smacco che l’avolese Di Pietro, quando venne arrestato dagli agenti della Squadra Mobile, all’interrogatorio di garanzia annunciò al Gip che voleva iniziare a collaborare con la giustizia. Sedici anni dopo, Antonio Aparo ci ha riprovato scegliendo questa volta un ragazzo cresciuto nel clan: Massimo Calafiore, figlio adottivo dei coniugi che gestivano la Buffetti nel capoluogo aretuseo. Per i genitori quel figlio adottivo si rivelò fonte di guai e di cocenti delusioni. La prima volta che la Buffetti ebbe a subire una rapina a mano armata venne commessa dal ragazzo adottato dai gestori dell’esercizio commerciale, appunto da Massimo Calafiore (nella foto). Secondo le risultanze investigative Massimo Calafiore era riuscito a portare a buon fine il progetto ideato da Antonio Aparo. Infatti, il gruppo da lui foggiato si dedicava al commercio e al traffico degli stupefacenti e con i soldi incassati dalla vendita della droga operava come un istituto di credito facendo prestiti ai commercianti che versavano in difficoltà a causa del rifiuto delle banche di prestare loro il denaro necessario per mandare avanti la baracca. Massimno Calafiore aveva anche creato un gruppo armato, costituito da Mario Liotta, dal di lui figlio Francesco Liotta e dal figlio adottivo Corrado Giallongo. Tre criminali che non esitavano a incendiarti la casa, il negozio, la macchina qualora fossi rimasto a dare dei soldi al gruppo mafioso o per prestiti a tassi d’usura o per droga non pagata. Dei tre è venuto a mancare il capo degli aguzzini, Mario Liotta, morto sei mesi addietro per un arresto cardiaco.
I due esponenti di spicco del clan Aparo, Salvatore Giangravè e Angelo Vassallo mal digerivano la scelta fatta da Antonio Aparo di affidare carta bianca a Massimo Calafiore. Ma poi, quando Antonio Aparo, dal carcere di Opera di Milano, ha scritto ad entrambi alcune lettere per esortarli a collaborare in tutto e per tutto Massimo Calafiore, si messi al servizio del reggente esterno del gruppo e hanno dato la loro piena e totale adesione a tutti gli affari loschi che il gruppo intendeva perseguire: estorsioni, usura, traffico e spaccio di droga, attentati incendiari e via discorrendo. I soldi entravamo a fiumi e vivevano tutti felici e contenti. Ma non avevano fatto i conti con la tenacia e la perseveranza dei Carabinieri, che sono la faccia più bella da presentare agli italiani anziché quella rappresentata dai Carabinieri della caserma di Piacenza.
A Massimo Calafiore il Gip Cannella e il Pubblico Ministero Sorrentino avrebbero voluto chiedere tantissime cose, ma lui non gli ha dato la possibilità di porgli delle domande. Massimo Calafiore si è avvalso, infatti, della facoltà di non rispondere. Il suo vice, invece, Giuseppe Calafiore, difeso dall’avvocato Franca Auteri, ha ha risposto a tutte le domande che gli sono state poste e ha fornito una spiegazione attraverso la quale fornisce una ricostruzione assolutamente divergente da quella fornita dai Carabinieri, dal Pubblico Ministero Sorrentino e dal Gip Cannella.
All’aula bunker del carcere di Bicocca il Gip Carlo Cannella e il Pubblico Ministero Alessandro Sorrentino hanno sottoposto ad interrogatorio di garanzia Salvatore Giangravè e Angelo Vassallo, difesi il primo dall’avvocato Gabriele Germano ed il secondo dal suo vecchio padre, avvocato Paolo Germano che dalla nascita del gruppo Aparo ha sempre difeso i suoi componenti. Giangravè si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Vassallo ha risposto e si è protestato innocente.
L’avvocato Franca Auteri difende anche la signora Antonia Valenti, madre di Giuseppe Calafiore, interrogata al Tribunale di Catania, nonché Paolo Nastasi che si trova ristretto nella Casa Circondariale di Caltagirone, dove avverrà giovedì mattina l’interrogatorio di garanzia. Sempre a Caltagirone verrà interrogato Antonio Amato, difeso dall’avvocato Junio Celesti. L’avvocato Antonio Meduri difende Joseph Valenti, Corrado Giallongo, Maurizio Assenza, Francesco Liotta e Andrea Occhipinti. L’avvocato Giorgio D’Angelo assiste Antonio Privitera, l’avvocato Carlo Aloschi assiste il veterinario Domenico Russo. Gli interrogatori riprendono oggi giovedì 30 luglio e si concludono nella giornata di venerdì 31 luglio.

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