Il boss Antonio Aparo risponde al Gip di Milano: “Non ho incaricato Calafiore di ricostituire il clan”

Milano. Per rogatoria, questa mattina, al carcere di Opera, a Milano, il boss di Solarino Antonio Aparo, alla presenza del proprio difensore di fiducia, avvocato Antonino Campisi, è stato sottoposto ad interrogatorio di garanzia. Antonio Aparo ha risposto alle domande del Giudice delle indagini preliminari Stefania Domodeo, in servizio al Tribunale di Milano. Il boss, che viene accusato di associazione per delinquere di tipo mafioso, si è protestato innocente affermando di non aver dato incarico a chicchessia, quindi né a Massimo Calafiore né a Salvatore Giangravè né ad Angelo Vassallo, di ricostituire il gruppo. “Per il sottoscritto quel clan è morto a metà anni Novanta, quando io e mio fratello Concetto siamo stati arrestati e da allora non siamo più usciti dal carcere in quanto siamo stati entrambi condannati alla pena dell’ergastolo”. Il Gip gli ha fatto rilevare che i Carabinieri hanno di Siracusa hanno acquisiti delle lettere a sua firma nelle quali scrive a Massimo Calafiore, il cosiddetto reggente esterno, di ricostituire il gruppo mafioso. “Ma quando mai! Le uniche lettere che ho spedito da questo carcere sono quelle dirette a mio figlio. Se non le trovate cercatele e vi renderete conto che in queste missive si parla di affari di famiglia e non di loschi affari” – puntualizza Antonio Aparo. Il Gip gli fa rilevare che, non solo ha dato l’incarico a Massimo Calafiore di ricostituire il clan mafioso ma, addirittura con delle successive missive, esorta i vecchi componenti del sodalizio, Salvatore Giangravè e Angelo Vassollo, di non creare problemi al reggente esterno e li invita a cooperarlo in tutto e per tutto. “Ma non è vero! Chi dice queste cose dice il falso. Le ripeto, signor Giudice, che io non chiesto a nessuno di ricostituire il clan. Chi lo ha fatto l’ha fatto senza chiedere il permesso a nessuno. A me sicuramente non è stato chiesto”.
L’interrogatorio è andato avanti per un’ora e mezza ma le risposte del boss di Solarino puntano alla negazione e alla esclusione di qualsiasi contatto con Massimo Calafiore, con Salvatore Giangravè e con Angelo Vassallo.
A 1600 chilometri di distanza si sono svolti gli interrogatori di garanzia di altri indagati colpiti dalla misura cautelare del carcere o degli arresti domiciliari. Al Tribunale di Catania sono comparsi innanzi al Giudice delle indagini preliminari che ha firmato i provvedimenti restrittivi Andrea Occhipinti, difeso dall’avvocato Giorgio D’Angelo, Clarissa Burgio, difesa dall’avvocato Antonio Meduri, Antonia Valenti, assistita dall’avvocato Franca Auteri e il veterinario Domenico Russo, difeso dall’avvocato Carlo Aloschi. Tutti colpiti dalla misura degli arresti domiciliari, i quattro indagati hanno scelto di non rispondere alle domande del Gip Carlo Cannella
Nella Casa Circondariale di Caltagirone sono stati interrogati Paolo Nastasi, Antonio Amato e Massimo Privitera, rispettivamente difesi il primo dagli avvocati Franca Auteri e Junio Celesti, il secondo soltanto dall’avvocato Junio Celesti ed il terzo dall’avvocato Andrea Giuffrida. Hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Massimo Privitera e Paolo Nastasi, mentre ha risposto alle domande del Gip il floridiano Antonio Amato che ha detto di essere un consumatore di cocaina ma di non averla mai spacciato.
Al carcere di Agrigento sono stati interrogati Jacopo De Simone, difeso dall’avvocato Gabriele Germano e Antony Privitera, difeso dall’avvocato Giorgio D’Angelo.
Venerdì mattina 31 luglio, in videoonferenza dal Tribunale di Siracusa, il Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco, per rogatoria, interrogherà Francesco Liotta, Maurizio Assenza e l’esponente del clan Trigila di Noto Giuseppe Crispino, ‘u varberi, assistiti i primi due dall’avvocato Antonio Meduri ed il terzo dall’avvocato Antonino Campisi.
Con la data odierna risultano ufficialmente ricercati Antonia Runza e Massimiliano Rossitto, sfuggiti al blitz dei Carabinieri.

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