Operazione antidroga “Varenne”, anche Sebastiano Galeota ha ottenuto il beneficio dei domiciliari

Siracusa. Accogliendo l’istanza presentata dall’avvocato Matilde Lipari, il Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco ha sostituito la misura della custodia in carcere con quella meno afflittiva degli arresti domiciliari per l’indagato Sebastiano Galeota, 42 anni, coinvolto nell’operazione antidroga denominata “Varenne”.
Galeota in precedenza si era rivolto al Tribunale del Riesame di Catania ma la sua istanza di revoca della misura cautelare in carcere o di sostituzione con la misura meno afflittiva degli arresti domiciliari venne respinta. Adesso, gli è andata bene poichè, a parere del Gip Migneco, le esigenze cautelari si sono attenuate rispetto al 16 settembre scorso giorno in cui fu effettuata dai Carabinieri l’operazione “Varenne”.
Nelle scorse settimane, il Gip Migneco ha concesso il beneficio degli arresti domiciliari a Giuseppe Greco, 52 anni, assistito dall’avvocato Junio Celesti e dall’avvocato Biagio Poidomani, Giuseppe Bronzo, 41 qnni, difeso dall’avvocato Giorgio D’Angelo, Daniele Alì, 34 anni, difeso dall’avvocato Fabio D’Amico. Restano ancora in carcere Francesco Campanella, 32 anni, difeso dagli avvocati Giorgio D’Angelo e Carlo Aloschi, Massimo Toromosca, 46 anni, assistito dall’avvocato Giorgio D’Angelo, ai quali il Tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta di scarcerazione o di concessione degli arresti domiciliari, Claudio Barone, 37 anni, il cui difensore, avvocato Junio Celesti, ha già presentato istanza di concessione dei domiciliari ma ancora il Gip Migneco non ha risposto, Francesco Paolo Zuccarello, 49 anni, difeso dall’avvocato Antonio Meduri e Salvatore Di Fede, 46 anni, difeso dall’avvocato Junio Celesti, i quali hanno rinunciato a rivolgersi al Tribunale del Riesame o a presentare istanza di concessione dei domiciliari al Gip Migneco.
Tutti gli indagati coinvolti nell’operazione antidroga “Varenne” vengono accusati di detenzione e spaccio di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti. Sulla base della richiesta formulata dai Carabinieri del Comando provinciale di Viale Tica e dal Pubblico Ministero Marco Dragonetti, che ha diretto le indagini, il Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco ha emesso la misura cautelare della custodia in carcere a carico di Salvatore Di Fede, 46 anni; Claudio Barone, 37 anni; Massimo Toromosca, 46 anni; Francesco Paolo Zuccarello, 49 anni; Daniele Alì, 34 anni; Sebastiano Galeota 42 anni; Giuseppe Bronzo, 41 anni; Giuseppe Greco, 52 anni; Francesco Campanella; 32 anni, e quella del divieto di dimora in provincia di Siracusa ai trafficanti di droga Giovanni Pasqua, 52 anni, residente nel carcere di Palermo e Rosario Sicurella, 42 anni, domiciliato allo stato nel carcere di Catania.
Le indagini, avviate nel mese di agosto 2018 dai Carabinieri della Sezione Operativa del N.O.R. della Compagnia di Siracusa, hanno consentito, mediante servizi di osservazione, controllo e pedinamento, oltre che attraverso l’istallazione di videocamere e l’attivazione di intercettazioni telefoniche, di disarticolare un nutrito gruppo dedito a una fiorente attività di spaccio di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, marijuana e hashish, operante a Siracusa e che trovava i suoi canali di approvvigionamento nelle città di Catania e Palermo.
L’indagine ha preso il via nell’agosto 2018, a seguito dall’arresto in flagranza del siracusano Salvatore Di Fede, detto “il pelato”, effettuato dai militari della Sezione Operativa nel febbraio dello stesso anno, in quanto trovato in possesso di circa 9 kg. di hashish. Salvatore Di Fede, assistito dall’avvocato Junio Celesti, è stato condannato a due anni e otto mesi per l’ingente possesso di marijuana. Salvatore Di Fede è un ex militante del clan Santa Panagia ed è stato processato dalla Corte d’Assise di Siracusa nell’ambito dell’operazione denominata “Tauro”.
A seguito dell’arresto del siracusano, stante l’ingente quantitativo di cui era stato trovato in possesso, i Carabinieri hanno dedotto che il Di Fede fosse un importante acquirente di stupefacente che poi rivendeva in città per alimentare varie piazze di spaccio. Dalla susseguente attività investigativa sono così emerse le condotte delittuose poste in essere dal Di Fede che, nonostante fosse sottoposto agli arresti domiciliari, riusciva a continuare la sua attività di acquisto e rivendita di grosse partite di hashish e cocaina, coadiuvato da Claudio Barone e Massimo Toromosca.
Da quanto emerso nel corso delle indagini, il Di Fede era solito utilizzare due canali per l’approvvigionamento dello stupefacente: il primo facente capo al palermitano Giovanni Pasqua, fornitore di hashish ed il secondo, che consentiva a Di Fede di reperire sia hashish che cocaina (quest’ultima proveniente dalla Calabria), attraverso soggetti catanesi, tra cui Rosario Sicurella.
Oltre al Di Fede, anche Claudio Barone si occupava dell’attività delittuosa mentre si trovava ristretto agli arresti domiciliari, addirittura recandosi a Palermo per rifornirsi di droga e tenendo continui contatti con soggetti non appartenenti al proprio nucleo familiare (in piena violazione delle disposizioni per gli arrestati domiciliari), al fine di cedere la sostanza. Proprio per tali violazioni, conseguenti alla sua spregiudicata condotta, il Barone è stato anche arrestato per evasione dai militari dell’Arma.
Per i viaggi di approvvigionamento sia di hashish che di cocaina veniva utilizzato, quale corriere, Massimo Toromosca, data la sua libertà di movimento.
Parallelamente alla figura del Di Fede, nel corso dell’attività di indagine, si enucleava l’esistenza di un altro piccolo gruppo di spacciatori composto da Sebastiano Galeota, Giuseppe Bronzo e Giuseppe Greco. Questi ultimi, dopo essersi affrancati e aver guadagnato la loro autonomia nel mondo dello spaccio, cominciavano ad approvvigionarsi in maniera autonoma dagli stessi fornitori di Di Fede, tra i quali il palermitano Giovanni Pasqua.
Proprio il Pasqua risulta essere il personaggio centrale dell’intera indagine: da lui si rifornivano i due gruppi di spacciatori sopra descritti, oltre che altri soggetti che operavano in forma autonoma quali Francesco Paolo Zuccarello, Daniele Alì e Francesco Campanella. E sempre dal Pasqua deriva anche il nome dell’indagine, chiamata “Varenne” (come noto il nome di un importante cavallo da corsa), in quanto il palermitano ufficialmente lavorava nel mondo dell’ippica, professione che gli consentiva muoversi tra gli ippodromi della Sicilia, permettendogli così di consegnare ingenti quantità di sostanza stupefacente in tutta l’isola. Inoltre, forse finanche per deformazione professionale, nelle telefonate intercettate il Pasqua e tutti i suoi interlocutori erano soliti utilizzare un linguaggio convenzionale mutuato dal mondo dell’ippica, per riferirsi alle varie tipologie di sostanza stupefacente. Così, di volta in volta, gli stupefacenti venivano denominati in base al loro colore, associato a quello del mantello dei cavalli: pertanto, per riferirsi all’hashish, sostanza dal tipico colore marrone, gli spacciatori usavano il termine convenzionale “sauro”, un cavallo dal tipico manto castano.
Per accreditare che nelle conversazioni si parlava effettivamente di droga, nel corso dell’indagine, i militari della Sezione Operativa di Siracusa hanno eseguito vari riscontri, sequestrando complessivamente ben 73 kg. di hashish e 171 grammi di cocaina e procedendo all’arresto in flagranza di reato di 16 persone. È proprio l’ingente quantità di stupefacente acquistato e rivenduto, e conseguentemente sequestrato, che caratterizza l’indagine qui descritta: si pensi che in occasione dell’arresto di Giovanni Pasqua, avvenuto nel 2018 a Palermo, a seguito di perquisizione domiciliare, sono stati rinvenuti e sequestrati 39 kg. di hashish.

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