Omicidio Pippo Romano: a Tolmezzo Attanasio attende la sentenza del Gup Pezzino. Omicidio Angelo Sparatore: 4/11, la requisitoria del Pm La Rosa contro Attanasio e Luciano De Carolis

Catania. Il processo con rito abbreviato secco a carico di Alessio Attanasio e Luciano De Carolis, rispettivamente accusati di essere il mandante e uno dei due esecutori dell’omicidio di Angelo Sparatore, è fissato per le ore 9 di mercoledì 4 novembre innanzi al Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Catania, dottoressa Valenti. Alessio Attanasio, difeso dall’avvocato Maria Teresa Pintus, si collegherà con l’aula del Tribunale di Catania dal carcere di Tolmezzo, nell’aula del Palazzo di giustizia del capoluogo etneo sarà presente Luciano De Carolis, assistito dall’avvocato Sebastiano Troia.
Dopo l’appello, la parola verrà presa dal Pubblico Ministero Sebastiano La Rosa per illustrare la propria requisitoria e per avanzare le sue richieste nei confronti dei due imputati. Subito dopo saranno svolte le arringhe dei difensori delle parti civili costituitesi contro Attanasio e De Carolis, avvocati Rosario Giudice e Emanuela Lanzafame, che rappresentano i congiunti di Angelo Sparatore. A seguire ci saranno le arringhe difensive degli avvocati Maria Teresa Pintus e Sebastiano Troia.
A meno di sorprese dell’ultima ora, il Gup Valenti dovrebbe quindi ritirarsi in camera di consiglio e poi leggere in aula la sentenza. Ma il programma di udienza della vigilia potrebbe essere stravolto nel senso che il 4 si terrebbero la requisitoria e le arringhe dei difensori delle parti civili e in una successiva udienza le arringhe dei difensori dei due imputati, la camera di consiglio e la lettura del dispositivo di sentenza.
Il delitto di Angelo Sparatore avvenne a Siracusa in Via Gaetano Barresi, intorno alle ore 8 del 4 maggio 2001. Angelo Sparatore fu ucciso per vendetta trasversale. Il clan mafioso guidato dal defunto boss Salvatore Bottaro voleva vendicare l’affronto subito a seguito del rifiuto di Concetto Sparatore, ex braccio destro del capoclan, di accettare i 120 mila euro che gli erano stati offerti per ritrattare le accuse contro i componenti del sodalizio mafioso. L’idea di “corrompere” Concetto Sparatore era venuta a Liberante Romano il quale aveva pensato di far pervenire il denaro raccolto o prelevato dalla “bacinella” (la cassa del clan) mediante il fratello Angelo Sparatore. Quando il pentito Concetto Sparatore venne convocato dalla Corte d’Assise lui si presentò in aula e accusò tutti gli ex compagni del clan.
La mattina del 4 maggio 2001, secondo Salvatore Lombardo, lui stesso e Luciano De Carolis, che si trovavano nascosti nel cabinato di un Fiorino rubato all’agenzia delle Poste Italiane, appena Angelo Sparatore era uscito di casa, scendevano dal furgoncino delle Poste e, dopo averlo affiancato, lo crivellavano di piombo. La versione di Salvatore Lombardo viene contestata da Alessio Attanasio perchè la ritiene mendace e smentita da altri collaboratori di giustizia. Alessio Attanasio ritiene anche fasulla la versione fornita dall’ex fondatore del clan della Borgata, Giuseppe Curcio. E così come ha agito nei confronti del Lombardo, ha dato mandato al suo legale di fiducia, avvocata Maria Teresa Pintus di presentare alla Procura della Repubblica di Catania una querela nei suoi confronti per calunnia aggravata.
Alessio Attanasio ha chiesto, inoltre, alla Procura della Repubblica di Catania di attivarsi con il Servizio di Protezione Centrale per la revoca del programma di protezione cui sono attualmente sottoposti i pentiti Salvatore Lombardo e Giuseppe Curcio.
Di seguito si riporta il contenuto della denuncia presentata nei confronti di Giuseppe Curcio. “Il sottoscritto Alessio Attanasio nato a Siracusa il 16 luglio 1970, attualmente ristretto presso la casa di reclusione di Sassari, con il presente atto sporge denuncia per il reato di calunnia, contro il collaboratore di giustizia Giuseppe Curcio nato a Siracusa il 15 settembre 1983. Invero, nei verbali dell’11 marzo e 28 giugno 2010 il Curcio accusava falsamente lo scrivente di essere stato il mandante dal carcere dell’omicidio di Angelo Sparatore commesso in Siracusa il 4 maggio 2001, per vendetta trasversale nei confronti del fratello di questi, Concetto, collaboratore di giustizia ed ex braccio destro di Salvatore Bottaro, capo del clan mafioso e suocero dello stesso Attanasio. Sennonché il Curcio viene smentito dal collaboratore di giustizia Dario Troni secondo cui i mandanti sono invece Salvatore Bottaro e Giuseppe Di Benedetto, detto ‘u Piattaru, per averlo egli appreso da Antonio Tarascio (verbale 28 dicembre 2011, proc. n. 6086/11 R.G.n.r., pag. 25). Il Curcio riferisce poi di aver saputo da Gianfranco Urso che autori dell’omicidio sono Salvatore Lombardo e Luciano De Carolis, ma viene smentito da Antonio Tarascio il quale dice sì che uno dei due killer era Lombardo, ma riguardo all’altro dice che non era affatto Luciano De Carolis bensì Liberante Romano (cfr. memoria manoscritta di Tarascio allegata al verbale del 21 giugno 2012, proc. n. 4914/12 R.G.n.r.) per averlo appreso proprio da quest’ultimo. Quanto al movente, secondo il Tarascio, sarebbe da ricercarsi in una vendetta di Liberante Romano nei confronti di Concetto Sparatore che lo voleva morto (ordine di morte messo per iscritto in una missiva indirizzata a Roberto Garofalo e fortunosamente ritrovata da Liberante Romano). Inoltre, il Curcio dice di aver appreso la dinamica dell’omicidio da Salvatore Lombardo (verbale 28 giugno 2010, proc. n. 2813/10 R.G.n.r. pag. 3: «il Lombardo mi aveva raccontato che i vetri del furgone utilizzato per l’appostamento erano stati dipinti, e che i killer dall’interno osservavano i movimenti della vittima da una graffiatura sulla pittura del vetro»). Orbene, il Lombardo, anch’egli divenuto successivamente collaboratore di giustizia, messo a confronto con il Curcio lo smentisce dicendogli «no Peppe, ti ho detto che l’hanno fatto i Lentinesi, ricordatelo bene […] abbiamo parlato anche dell’omicidio Sparatore […] gli dissi praticamente che l’omicidio lo aveva commesso il clan Nardo […] perché Sparatore era andato a testimoniare in un processo contro Nardo» (verbale 25 luglio 2012, proc. n. 8545/12 R.G.n.r., pagg. 13 e 15). Pagina 2 di 2 Inoltre, il Lombardo non dice affatto che i finestrini del fiorino erano stati dipinti, ma che erano stati oscurati con dei fogli di giornale. Circa poi il fatto che l’Attanasio avrebbe ordinato il delitto dal carcere, il Curcio viene smentito ancora una volta dal Lombardo secondo cui un primo tentativo di uccidere Angelo Sparatore fu commesso «in coincidenza con la visita al suocero, che Attanasio Alessio, per costituirsi l’alibi, compiva presso il carcere di Viterbo, ove era detenuto Bottaro Salvatore» (verbale del 26 ottobre 2010, proc. n. 12432/10 R.G.n.r., pag. 10): lo scrivente dunque era libero e non in carcere. Infine, si rappresenta che il Curcio dice di aver appreso da Angelo Iacono che l’Attanasio era il mandante dell’omicidio di Angelo Sparatore, ma Angelo Iacono a detta di tutti i collaboratori non era all’epoca responsabile del clan, per cui non poteva in alcun modo conoscere né i nomi dei mandanti né quello degli esecutori (si pensi che ad esempio Dario Troni, che pure era un responsabile del clan, scagiona l’Attanasio; ed ancora, si pensi che Lombardo dice che nemmeno lo scrivente sapeva chi aveva sparato pur essendo quest’ultimo, secondo la sua versione, il mandante: ergo, è una favola il fatto che tutti sapevano tutto). Di più, sempre il Lombardo dice che si preoccupò di non far sapere nulla proprio ad Angelo Iacono che dunque non conosceva né il nome del mandante né quello degli esecutori: «Intendo ancora precisare che […] abbiamo concordato di non dire a nessuno dell’omicidio […]. In particolare, non volevo far sapere tale partecipazione a Iacono Angelo, del quale non mi fidavo, perché parla troppo» (verbale del 26 ottobre 2010, proc. n. 12432/10 R.G.n.r., pag. 14). Voglia pertanto la Procura della Repubblica di Catania, oltre che procedere per il reato di calunnia nei confronti del Curcio, segnalare le false accuse a chi di competenza affinché venga revocato il programma di protezione al falso pentito”.
Come annunciato precedentemente il 3 novembre verrà trattato dal Giudice dell’udienza preliminare Loredana Pezzino il processo per l’omicidio di Giuseppe Romano, avvenuto il 17 marzo 2001 in Via Elorina,
All’udienza del 3 novembre il calendario prevede l’arringa difensiva dell’avvocato Licinio La Terra Albanelli, la camera di consiglio e la lettura del dispositivo di sentenza. Il Pubblico Ministero Alessandro La Rosa all’ultima udienza, svoltasi il 17 marzo scorso, ha illustrato la propria requisitoria concludendola con la richiesta di condanna a trent’anni di reclusione per Alessio Attanasio.
Il rappresentante della pubblica accusa, che per la cronaca si è visto costretto a effettuare per ben quattro volte la requisitoria, poggia l’atto di accusa contro Attanasio prendendo per buone le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tutti fuoriusciti dal clan Bottaro-Attanasio, secondo i quali uno dei due killer entrati in azione in via Elorina era appunto Alessio Attanasio. Il magistrato della Procura Distrettuale Antimafia ha ricordato che l’agguato mortale si verificò diciannove anni fa, durante il quale l’incolpevole Giuseppe Romano fu crivellato di piombo, mentre si trovava alla guida di una Fiat 126. Secondo i pentiti, il povero Giuseppe Romano, estraneo all’ambiente criminale, fu ucciso per uno scambio di persona da parte dei killer i quali ritenevano che al volante della 126 ci fosse l’imprenditore Saporoso, appaltatore edile, proprietario della macchina.
Alessio Attanasio, che si dichiara assolutamente estraneo all’agguato mortale contro l’incolpevole Giuseppe Romano, ha fatto acquisire al fascicolo una memoria difensiva da lui personalmente scritta. Non solo. All’udienza del 4 giugno 2019, Attanasio ha effettuata una chiamata in reità nei confronti del pentito Salvatore Lombardo, detto Puddisinu, e del defunto Liberante Romano, indicandoli come gli autori dell’omicidio di Giuseppe Romano. Nella memoria difensiva Attanasio scrive: “E’ da precisare che il collaboratore di giustizia Rosario Piccione dice di avere saputo dall’Attanasio che lo stesso non ha commesso l’omicidio di Giuseppe Romano ed anzi ne è rimasto meravigliato (verbali del 9 ottobre 2002 e 19 settembre 2003); allo stesso modo lo scrivente viene scagionato dai collaboranti Antonio Tarascio, detto Zuccaru, (verbale del 21 giugno 2012) e Giuseppe Curcio (verbale del 25 luglio 2012). Quest’ultimo accusa dell’omicidio Salvatore Lombardo il quale aveva tentato di depistarlo indicandogli quale autore dell’omicidio il reggente del clan di Santa Panagia (il Lombardo messo alle strette durante un confronto con Giuseppe Curcio ammise di averlo voluto depistare (verbale del 25 luglio 2012) e l’unico motivo plausibile è da ricercarsi nel fatto che egli stesso, il Lombardo, è l’autore dell’omicidio del Romano. Inoltre il Lombardo indica un movente diverso da quello riferito da Attilio Pandolfino che pur dice di essere la sua fonte (de relato del de relato, fonte sconosciuta); invero il Pandolfino dice di avere saputo da Elio Lavore che non risultando tra gli autori dell’omicidio, non si sa da chi l’abbia saputo. Il Pandolfino peraltro chiama a riscontro delle proprie affermazioni i collaboranti Giuseppe Curcio e Antonio Tarascio, che però lo smentiscono. Pandolfino (verbale del 30 luglio 2013): “Ne ho parlato con Tarascio Antonio (…) “del resto la circostanza era alquanto risaputa fra i detenuti; ad esempio ne era a conoscenza anche (…) Giuseppe Curcio”. Antonio Tarascio (verbale del 21 giugno 2012: “Non so dire se Attanasio fosse coinvolto nell’omicidio di tale Romano avvenuto in Via Elorina”). Giuseppe Curcio (verbale del 19 marzo 2010: “In ordine all’omicidio di Giuseppe Romano Salvatore Lombardo, detto Puddisinu, parlando casualmente di tale omicidio, mi disse che l’autore dello stesso era stato Pincio Davide”). Giuseppe Curcio (trascrizione del confronto con Lombardo Salvatore del 25 luglio 2012, pagina 27: “Avevo parlato di questo omicidio con Iacono Angelo il quale mi aveva fatto intendere che l’omicidio di Giuseppe Romano era stato commesso da Lombardo Salvatore”). Un guazzabuglio. Ed ancora. Il Lombardo accusa Lino Mazzarella di avere incendiato la moto Enduro usata per l’omicidio (verbale del 26 ottobre 2010), quando invece non solo non risulta alcuna motocicletta data alle fiamme ma, addirittura, i rilievi tecnici escludono che il delitto sia stato commesso con una moto. Nell’esame autoptico (pagine 15 e 16) emerge che i proiettili avevano “una direzione quasi perfettamente trasversale” e che il primo dei colpi esplosi “ha frantumato i cristalli dei due finestrini” della Fiat 126 sulla quale si trovava la vittima. Tutto ciò risulta documentato nelle foto 67 – 68 – 69 – 70 – 73 e 74 dell’autopsia nonchè nelle foto 1-3-6-8-14-21 dei rilievi tecnici eseguiti dalla Questura di Siracusa il 17 marzo 2001. La DDA di Catania, ex articolo 358 cpp, potrebbe compiere un ulteriore accertamento in merito per avere la certezza che il Romano sia stato ucciso da sicari a bordo (non di una moto, ma) di un’automobile. Invero se i colpi di pistola fossero stati esplosi da sicari a bordo di una moto Enduro, (come affermato dal Lombardo), i proiettili avrebbero avuto una traiettoria dall’alto verso il basso. In proposito si allega il certificato medico di ingresso in Istituto penitenziario del 13 aprile 2001 (a distanza di meno di un mese dall’omicidio), in cui risulta il peso dell’Attanasio pari a 65 Kg. (poi stranamente corretto a penna a 75 Kg). Con un peso (piuma) del genere una moto Enduro non si abbassa nemmeno di un centimetro. Riguardo al movente dell’omicidio vi sono ben quattro versioni. 1) Secondo Pandolfino per vendicare l’affronto subito dal fratello del sottoscritto (verbale del 30 luglio 2013). 2) Secondo Lombardo per vendicare l’arresto di Giovanni Latino. 3) Secondo Troni per debiti di gioco. 4) Secondo Francesco Saporoso Beretta per una estorsione non pagata. In merito al primo movente – vendicare il maltrattamento del fratello Fabrizio – appare evidente come si sia abusato abbastanza della vicenda. Infatti sempre per la stessa motivazione Attanasio è stato accusato di avere commesso i seguenti reati: 1) avere collocato un ordigno esplosivo innanzi la discoteca Caligola (sentenza della Corte di Appello di Catania del 7 giugno 2007, definitiva 18 giugno 2008); 2) avere sottoposto la famiglia Di Grano ad una estorsione di 50 milioni di lire (sentenza del 7 giugno 2007, definitiva il 18 giugno 2008); 3) di avere sostituito la ditta che svolgeva il servizio di sicurezza presso la discoteca con altra ditta “amica” (sentenza del 7 giugno 2007, definitiva il 18 giugno 2008); 4) per avere progettato l’omicidio (poi fallito) dei buttafuori catanesi (verbale del Tarascio del 21 giugno 2012, pagina 5 dell’allegata memoria manoscritta: “dei buttafuori avevano messo le mani addosso al fratello di Attanasio, così la sera dopo Attanasio Alessio voleva punirli e si appostò nei pressi della discoteca con Angelo Iacono, a fargli la posta ma non andarono quella sera i buttafuori a lavorare”; 5) (adesso persino) di avere progettato l’uccisione del compare di Francesco Mangion, braccio destro di Nitto Santapaola, (salvo sbagliare il bersaglio), il cui figlio era tra i buttafuori della discoteca “Caligola” che avevano aggredito il fratello dello scrivente. In merito al secondo movente (vendicare l’arresto di Giovanni Latino, asseritamente alla vittima designata) si rappresenta che il Lombardo l’ha appreso dalla stampa (articolo a firma di Pino Guastella, apparso ne La Sicilia del 21 marzo 2001, edizione di Siracusa, pagina 18) e che tale movente viene smentito dagli inquirenti che all’epoca sottoposero il giornalista ad intercettazione telefonica per scoprire da chi lo avesse a sua volta appreso, giungendo alla conclusione che si sia trattato di una ipotesi giornalistica sganciata dalla realtà. In merito al terzo movente (debiti di gioco) si rappresenta che Dario Troni nelle prime dichiarazioni affermava di non sapere nulla (verbale 25 luglio 2012): “Dell’omicidio di Romano Giuseppe non ne ho mai saputo nulla, neppure dai giornali”. Salvo poi cambiare versione tre anni dopo (verbale 30 aprile 2015) affermando di avere saputo dall’Attanasio il luogo dell’omicidio, le modalità (appostamento con ausilio di un cannocchiale) e movente (“per motivi connessi ad un debito legato al gioco d’azzardo”). Con buona pace dei requisiti della coerenza e della costanza che vengono pretesi dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 1 agosto 1995 “Costantino” e 16 maggio 2013 “Aquilina”. Il movente menzionato al numero 4 (estorsione non pagata da Saporoso, vera vittima designata, scambiata con il Romano, è talmente risibile da non essere presa in considerazione nemmeno dagli inquirenti (peraltro i due non potevano essere mai scambiati poichè diversissimi tra di loro per altezza, corporatura, capigliatura e automobile). Tutto ciò senza nemmeno considerare l’assoluta assenza di riscontri, meno che mai individualizzanti”.
(CONTINUA DOMANI CON L’OMICIDIO DI ANGELO SPARATORE)

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