Al boss di Solarino Massimo Calafiore sequestrati la casa, i soldi depositati in banca e un’auto

Solarino. Non tanto Massimo Calafiore, piuttosto la sua famiglia aveva tirato un grosso sospiro di sollievo per la decisione dei giudici della prima sezione penale della Corte di Cassazione di annullare la parte dell’ordinanza cautelare del Gip Carlo Cannella in cui si disponeva il sequestro preventivo dei beni immobiliari e mobiliari riconducibili al solarinese. A distanza di dieci giorni dalla decisione della Suprema Corte, che ha annullato non solo la parte relativa al sequestro preventivo dei beni ma anche i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti contestati al presunto boss di Solarino, la famiglia di Massimo Calafiore è ripiombata nell’angoscia poiché i militari della Guardia di Finanza, su richiesta del Tribunale di Catania – Sezione Misure di Prevenzione -, hanno eseguito in data odierna una misura di prevenzione patrimoniale nei confronti del Calafiore, di anni 52 anni, sottoponendo a sequestro un appartamento ubicato nel centro abitato di Solarino, un’autovettura di grossa cilindrata e conti correnti bancari nei quali giacevano quindicimila euro. L’ammontare dei beni sequestrati è di circa 300.000 euro.
Il provvedimento ablativo giunge al culmine di complesse e articolate indagini, che hanno consentito di evidenziare: da un lato, la pericolosità sociale di Massimo Calafiore, concretamente sia sotto il profilo constatativo che in termini di attualità; dall’altro, la sproporzione tra le risultanze reddituali ascrivibili a vario titolo allo stesso e al suo nucleo familiare e il complesso patrimoniale imputabile ovvero riconducibile al Calafiore anche attraverso la formale intestazione ai rispettivi familiari.
Riguardo alla pericolosità sociale, si evidenzia che il Calafiore si inquadra tra i soggetti nei cui confronti ricorrono specifici precedenti penali che ne delineano, tra le altre cose, l’appartenenza alla criminalità organizzata aretusea. In particolare, Massino Calafiore è stato condannato, in data 24 luglio 1998, dalla Corte di Assise di Siracusa, alla pena di anni 2 di reclusione per il reato di associazione mafiosa, per aver fatto parte del clan diretto da Sebastiano Nardo e Antonio Aparo dal 1988 al 1996 e, in data 13 gennaio 2003, dalla Corte di Appello di Catania, alla pena di anni 9 e mesi 6 di reclusione per il reato di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Entrambe le sentenze sono divenute definitive la prima, in data 1 febbraio 1999; la seconda, in data 31 marzo 2003. Inoltre, la specifica connotazione criminale di Massimo Calafiore riveste carattere di attualità in quanto lo stesso è allo stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere, perché coinvolto nell’operazione denominata “San Paolo”, eseguita dall’Arma dei Carabinieri su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Catania. Secondo i Carabinieri, il Pubblico Ministero Alessandro La Rosa e il Giudice delle indagini preliminari Carlo Cannella il boss Massimo Calafiore era di fatto il reggente del clan fondato dall’ergastolano Antonio Aparo. Ma per i giudici del Riesame di Catania e della Corte di Cassazione Massimo Calafiore non ha ricostituito il clan Aparo per cui la fattispecie delittuosa di cui all’articolo 416 bis, ossia l’associazione a delinquere di stampo mafiosa, è stata annullata a tutti gli indagati che ne rispondevano e in particolar modo al boss Antonio Aparo e al cosiddetto reggente Massimo Calafiore. L’approfondimento di natura patrimoniale ha fatto emergere un’assoluta sperequazione reddituale del proposto e del rispettivo nucleo familiare per il periodo che va dal 2000 al 2018. In particolare, le indagini hanno permesso di riscontrare l’incapacità del nucleo familiare del proposto a far fronte agli impegni economici assunti. In tal senso, l’insieme dei redditi dichiarati e/o percepiti, confrontati con il valore dei beni acquistati e con le ulteriori uscite rilevate nel periodo temporale di riferimento, sono risultati assolutamente insufficienti a giustificare gli acquisti stessi dimostrando così un tenore di vita decisamente elevato ed incongruo rispetto alle possibilità. Le indagini sono state avviate di iniziativa dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Siracusa, anche a seguito di mirata attività informativa e sono state sviluppate sotto la direzione della Procura Distrettuale della Repubblica di Catania. L’attività investigativa si è avvalsa dei più moderni sistemi informatici di ausilio alle investigazioni patrimoniali quali il software “Molecola”, creato dal Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata – S.C.I.C.O. nonché della “Dorsale Informatica”, ulteriore software creato secondo i moderni canoni di ingegnerizzazione informatica, di recente rilasciato dal Comando Generale della Guardia di Finanza.
La Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Catania fissato per il 23 dicembre l’udienza in cui si dovrà decidere se disporre la confisca dei beni o, come si augura l’avvocato Domenico Mignosa, difensore di fiducia di Massimo Calafiore e dei componenti della sua famiglia, il dissequestro.

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