Omicidio Garrasi, i pentiti Alfio Ruggeri e Vincenzo Piazza hanno mentito, la loro ricostruzione è ritenuta incompatibile dal medico legale Franco Coco

Siracusa. La versione fornita dal collaboratore di giustizia Alfio Ruggeri sull’omicidio di Sebastiano Garrasi è incompatibile con gli accertamenti di medicina legale. A smentire il pentito Alfio Ruggeri è il medico legale Franco Coco che ebbe ad effettuare l’autopsia sui resti carbonizzati del Garrasi. Secondo il medico legale l’omicidio del Garrasi non è avvenuto all’interno della sua auto come dichiarato dal pentito Ruggeri, che si è peraltro autoaccusato di avere preso parte al delitto, ma sarebbe avvenuto fuori della macchina. Non solo. L’omicidio è avvenuto in contrada Gelsari, in territorio tra Lentini e Carlentini, ove il medico legale Coco ebbe a rinvenire materia cerebrale fuoriuscita dalla testa del morto ammazzato. Il medico legale ha detto che, secondo il suo parere, sarebbe stato rischioso per il killer esplodere i due colpi di pistola dal sedile passeggero accanto a quello del conducente, cioè la vittima, in quanto i proiettili potevano fuoriuscire e conficcarsi nel corpo dello sparatore. Inoltre, il medico legale ha smentito il pentito Ruggeri anche nella parte della sua ricostruzione in cui afferma che su richiesta di Sgandurra che si era opposto all’idea dei killer di bruciare il corpo del povero Sebastiano Garrasi e di lasciarlo integro per consentire alla sua famiglia di far celebrare il funerale: “quando ho effettuato il sopralluogo ho trovato il corpo del morto ammazzato in gran parte carbonizzato, e c’era accanto al cadavere un braccio che si era staccato dal corpo della vittima” – ha dichiarato il medico legale Franco Coco.
Dall’audizione del medico legale, che è stato a lungo interrogato dal Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, dall’avvocato Junio Celesti, difensore di fiducia dell’imputato Alfio Sambasile, dalla presidente della Corte d’Assise Tiziana Carrubba e dal giudice a latere Carla Frau, emerge una verità diametralmente opposta rispetto a quella rivelata dai pentiti Alfio Ruggeri e Vincenzo Piazza. Quest’ultimo, all’udienza scorsa, ha accusato Raffaele Randone, 46 anni e Alfio Sambasile, 57 anni, di avere ucciso Sebastiano Garrasi, confermando quanto precedentemente sostenuto dal pentito Alfio Ruggeri, la cui posizione è stata stralciata proprio a seguito della sua decisione di collaborare con la giustizia. Il Ruggeri, sentito dalla Corte d’Assise (presidente, Tiziana Carrubba; a latere, Carla Frau) all’udienza scorsa e ha confermato di avere partecipato all’omicidio del Garrasi, avvenuto a Carlentini il 30 aprile 2002. Rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Alessandro La Rosa l’ex affiliato al clan Nardo ha riferito che l’uccisione di Sebastiano Garrasi è avvenuto nell’ambito di un regolamento di conti tra appartenenti alla stessa consorteria mafiosa fondata dal boss Nello Nardo. A decidere la condanna a morte del Garrasi sarebbe stato Franco Malino, che aveva attentato molti anni prima alla sua vita. In quella occasione, però, il Garrasi era riuscito a sfuggire alla morte e il Malino, che aveva agito insieme a Delfo La Fata, da quel momento viveva nel terrore che il suo antagonista lo avesse riconosciuto e lo potesse fare arrestare dalle forze dell’ordine. Il Malino per sciogliere il dubbio se fosse stato riconosciuto o no dal Garrasi si sarebbe rivolto al Sambasile che gli avrebbe confermato che il suo antagonista lo aveva riconosciuto. A quella rivelazione del Sambasile il Malino disponeva che si doveva sopprimere Sebastiano Garrasi in quanto costituiva un reale pericolo sia per lui stesso che per tutti i componenti del clan Nardo. E ha sostenuto che il Garrasi venne attirato in una trappola in quanto gli fu fatto intendere che si affittava un appartamento per cui Sambasile e Randone si misero a sua disposizione per fargli compagnia quando avrebbe dovuto vedere l’appartamento. Giunti sul posto, con l’auto ferma davanti al cancello dell’appartamento da affittare il Randone avrebbe inferto una coltellata al Garrasi che, reagendo all’aggressione, sarebbe stato centrato in pieno da due proiettili esplosi dalla pistola impugnata dal Sambasile.
Il pentito Ruggeri ha descritto, nei minimi dettagli, come fu organizzato ed eseguito l’attentato ai danni del Garrasi, dicendo che il Sambasile, dati i suoi buoni rapporti con la vittima, gli telefonò per invitarlo a far parte della scorta composta dagli affiliati al gruppo Nardo, scorta che doveva consentire allo stesso Sambasile di abbandonare il sito in cui si nascondeva, essendo ricercato da Polizia e Carabinieri, e di raggiungere una nuova località dove avrebbe dovuto trascorrere la latitanza. Sambasile riferiva al Garrasi anche il percorso che avrebbero dovuto seguire per lo spostamento in sicurezza e i nomi degli affiliati che avrebbero preso parte al viaggio da un covo all’altro, ubicati sempre in territorio di Lentini. A bordo di due macchine il 30 aprile 2002, la “carovana” partiva alla volta della località in cui si dava in affitto una casa. In un’auto prendevano posto Alfio Ruggeri e l’affiliato Scandurra, nella seconda macchina invece salivano Alfio Sambasile e Sebastiano Garrasi. Il pentito ha aggiunto che in una località – a metà strada tra il posto da dove erano partiti e la zona da raggiungere – le due macchine avrebbero trovato in attesa Francesco Insolia e Raffaele Randone. Incontrati i due affiliati la carovana si separava nel senso che un’auto ritornava indietro e l’altra proseguiva verso il covo in cui Sambasile diceva di volersi nascondere. In questa macchina sui sedili posteriori prendevano posto il Randone e Francesco Insolia, mentre davanti si sedevano il Garrasi e il Sambasile. Durante il tragitto – riferisce il pentito – “il Randone estrae un coltello e tenta di pugnalare il Garrasi che, però, viene ferito in maniera non irreversibile, cerca infatti di reagire e aggredire l’accoltellatore. E mentre il Garrasi ingaggia una colluttazione con il Randone il Sambasile estrae una pistola ed esplode alcuni colpi contro l’affiliato la cui morte era stata richiesta dal Malino”. Secondo il pentito Alfo Ruggeri il Sambasile, difeso dall’avvocato Junio Celesti, ha esploso due colpi di pistola contro il Garrasi, di cui uno alla testa e l’altro al fianco. Il mandante del delitto Garrasi, ovvero Franco Malino, a distanza di alcuni mesi, verrà assassinato da un commando armato, rivale del clan Nardo.
Il corpo semicarbonizzato del Garrasi fu rinvenuto dagli agenti del Commissariato della Polizia di Stato di Lentini in un fondo agricolo in territorio di Carlentini. Per individuare i presunti autori dell’omicidio gli inquirenti hanno dovuto avvalersi del contributo di due gole profonde del gruppo mafioso Nardo, fuoriuscite dall’associazione criminale di Lentini per iniziare il percorso della collaborazione con la giustizia. Grazie alle convergenti dichiarazioni dei pentiti Vincenzo Piazza e Alfio Ruggeri gli inquirenti hanno incriminato quali autori del delitto di Sebastiano Garrasi, i lentinesi Raffaele Randone, attualmente detenuto nella Casa di reclusione di Oristano e Alfio Sambasile, ristretto presso la Casa Circondariale di Catanzaro. I due componenti del clan Nardo sono stati rinviati a giudizio dal Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Catania, Pietro A. Currò, come richiesto dal Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, sostituto procuratore alla Procura Distrettuale Antimafia di Catania.
I due imputati (Raffaele Randone è difeso dall’avvocato Maria Lucia D’Anna, ques’tultima subentrata all’avvocato Angelo D’Amico che si era dimesso, mentre Alfio Sambasile è assistito dall’avvocato Junio Celesti) seguono il processo a distanza in quanto appartenenti ad un sodalizio mafioso. Collegatisi in videoconferenza con l’aula della Corte d’Assise di Siracusa, i due imputati hanno ascoltato la deposizione di Alfio Nisi, il custode del fondo agricolo sito in contrada Gelsari, in territorio di Carlentini, il quale ha riferito che la mattina del 1° maggio del 2002, intorno alle 9,30, ha effettuato una perlustrazione nel fondo e si è imbattuto in alcuni poliziotti del Commissariato di Lentini e i dipendenti di un’agenzia di pompe funebri, attorno ad un cadavere adagiato sul terreno e ad un’autovettura completamente bruciata. Il testimone ha riferito che la sera prima, intorno alle ore 22, aveva effettuato un’analoga perlustrazione nel fondo agricolo di cui era guardiano, ma di non aver notato alcunchè da attirare la sua attenzione. A suo dire non c’erano nè il cadavere nè l’auto bruciata.
Contro Raffaele Randone e Alfio Sambasile si sono costituiti parte civile Marinella Costanzo, rappresentata dall’avvocato Dario Favara; Denise Garrasi, rappresentata dall’avvocato Michele Lazzara; Giuseppa Garrasi, rappresentata dall’avvocato Michele Lazzara; Concetto Garrasi, rappresentato dall’avvocato Mirko Strano; Maria Garrasi, rappresentata dall’avvocato Michelangelo Carbone e Brigitte Garrasi, assistita dall’avvocato Michele Lazzara.
(Nella foto il pentito Alfio Ruggeri)

CONDIVIDI