Strage del Bar Golden di Lentini: il boss Nello Nardo dovrà comparire il 2 febbraio innanzi alla Corte d’Assise di Siracusa per rispondere di un triplice omicidio

Catania. Sta già espiando la condanna all’ergastolo per numerosi omicidi ma per il boss di Lentini, Nello Nardo, 72 anni, è stato disposto un nuovo rinvio a giudizio per difendersi dall’accusa di avere fatto uccidere da un commando armato Cirino Catalano, 23 anni, Salvatore Motta, 25 anni e Salvatore Sambasile, 27 anni. Il triplice omicidio venne commesso il 10 aprile 1991, all’interno del bar Golden di Lentini, dove fecero irruzione due uomini armati che, oltre a crivellare di piombo Salvatore Sambasile, vero bersaglio della spedizione punitiva, trucidarono anche Cirino Catalano e Salvatore Motta, assolutamente estranei agli affari loschi cui era dedito il Sambasile. Quest’ultimo era in compagnia di Cirino Catalano per sorbire un caffè, mentre il Motta era entrato nel bar proprio nel momento in cui i due killer hanno cominciato a esplodere i colpi di pistola e di fucile. A rivelare le modalità del triplice omicidio e i nomi degli esecutori materiali e del mandante è stato il pentito Giuseppe Squillaci, che ha dichiarato di avere incaricato lui Francesco Maccarrone e Nunzio Cocuzza di recarsi a Lentini e di ammazzare Salvatore Sambasile come richiestogli dal boss Nello Nardo. I killer incaricati dallo Squillaci, armati di una pistola e di un fucile calibro 12, alle ore 14 del 10 aprile 1991, dopo aver parcheggiato un’Alfa 23, color verde bottiglia, rubata qualche tempo prima a Lentini, fanno irruzione nel bar Golden e sparano ripetutamente contro i tre giovani, avendo scambiato gli incolpevoli Cirino Catalano e Salvatore Motta componenti del gruppo criminale di fondato da Salvatore Sambasile. Per anni il triplice omicidio è rimasto avvolto nell’assoluto mistero. Poi, le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Francesco Squillaci hanno permesso di fare luce su ben 23 omicidi, tra i quali anche la strage del bar Golden di Lentini.
Il Giudice dell’udienza preliminare Maria Ivana Cardillo, accogliendo la conforme richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Catania, ha disposto il rinvio a giudizio del boss di Lentini Nello Nardo per rispondere il 2 febbraio prossimo, davanti alla Corte d’Assise di Siracusa, dell’omicidio ai danni di Cirino Catalano, Salvatore Motta e Salvatore Sambasile, Soltanto il boss lentinese verrà giudicato il 2 febbraio prossimo dalla Corte d’Assise di Siracusa (presidente, Tiziana Carrubba; giudice a latere, Carla Frau), per i due killer Francesco Maccarrone e Nunzio Cocuzza e per il pentito Giuseppe Squillaci è stato disposto lo stralcio in quanto, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Catania, si procede separatamente.
Il boss Nello Nardo, difeso dall’avvocato Giambattista Rizza, è attualmente detenuto nella Casa di Reclusione Bacchin di Sassari, in Sardegna. Contro di lui si sono costituiti parte civile Concetto Catalano e Silvia Scammacca, rispettivamente padre e mamma di Cirino Catalano, assistiti dall’avvocato Massimo Ferrante; Giovanna Catalano e Carlo Catalano, sorella e fratello di Cirino Catalano, assistiti dall’avvocato Vincenzo Ragazzi. Inoltre, si sono costituiti parte civile contro il Nardo i congiunti di Salvatore Motta e precisamente suo fratello Paolo Motta, in proprio e pro quota nella qualità di erede del padre Giuseppe Motta, deceduto il 21 ottobre 1993, assistito dall’avvocato Rosa Pittalà; sua sorella Giuseppa Motta, in proprio e nella qualità di erede del padre Giuseppe Motta, difesa dall’avvocato Roberta Guzzardi; il loro fratello Gianfranco Motta, sia in proprio che nella qualità di amministratore di sostegno della madre Provvidenza Pappalardo, sia in proprio e nella qualità di erede di Giuseppe Motta, assistito dall’avvocato Roberta Guzzardi. Parti offese riferibili a Salvatore Sambasile figurano la moglie Lina Spinali e le figlie Lucia e Grecia Sambasile.
Giuseppe Squillaci ha raccontato nei minimi dettagli le modalità della strage del bar Golden. Squillaci, divenuto collaboratore di giustizia, si autoaccusa di avere incaricato i due killer Nunzio Cocuzza e Francesco Maccarrone, a seguito di un accordo stipulato con il capo del gruppo criminale di Lentini, Sebastiano Nardo, che gli aveva commissionato l’omicidio di Salvatore Sambasile. Lo stesso Squillaci racconta che il pomeriggio del 10 aprile 1991 gli uomini da lui incaricati hanno fatto irruzione nel bar e hanno crivellato di piombo non solo Salvatore Sambasile ma anche altri due giovani, scambiati dai killer come componenti del gruppo guidato dal Sambasile dedito nello spaccio di sostanze stupefacenti. Poi, si scoprirà che Cirino Catalano aiutava il padre a gestire un negozio di vestiti e che si trovava in compagnia del Sambasile in quanto quest’ultimo lo aveva invitato a sorbire un caffè. E che Salvatore Motta era entrato nel locale quasi contemporaneamente al commando armato. Il Motta era un giovane incensurato che lavorava nell’azienda edile del proprio padre.
Il pentito Giuseppe Squillaci rivela che dall’Alfa 33 verde bottiglia scendono i suoi due uomini convinti di dover uccidere Sambasile e altre due persone a lui “vicine” che ultimamente avevano alzato troppo la cresta. Così iniziano a fare fuoco subito contro Sambasile, la vittima designata. Un’esecuzione con tre colpi mortali e ravvicinati. Cirino Catalano cerca di fuggire: appena varca la soglia d’uscita del locale, ferito, viene raggiunto da uno dei killer che lo finisce con un colpo alla testa. Un’esecuzione mafiosa in piena regola. Mentre Motta, seppur ferito gravemente, riesce a uscire fuori dal locale e a raggiungere piazza Nazionale dove sarà soccorso da un giovane medico che abitava nelle vicinanze e trasportato in ospedale dove morirà poco dopo. Il gruppo di fuoco catanese è stato rapido. Talmente veloce che il cassiere del bar, mentre contava il resto e con la testa abbassata, aveva scambiato i colpi d’arma fuoco per dei fuochi d’artificio al punto da dire: “Carusi smittitila cu sti bummitti”.
Non erano bombette ma pallettoni. Gli assassini avevano utilizzato un fucile e una pistola e l’uomo che era stato visto sparare dentro il bar era alto circa un metro e 70 ed era entrato senza il volto coperto. Uscendo poi dal locale i killer avevano puntato le armi contro i balconi delle abitazioni limitrofe: in tantissimi si erano affacciati dopo aver sentito gli spari e i lamenti dei feriti.
Le dichiarazioni di Squillaci vengono rese a distanza di 29 anni dal triplice omicidio. Diverse e concordanti sono state le testimonianze dei collaboratori di giustizia Francesco Squillaci, Vincenzo Piazza (appartenente al clan lentinese dei Nardo), Maurizio Avola, Ferdinando Maccarrone, Umberto Di Fazio, Natale Di Raimondo, Fortunato Indelicato, Santo La Causa, Giuseppe La Rosa e Giuseppe Raffa.
La spedizione punitiva nasce su volontà del clan Nardo di Lentini, alleato con Cosa Nostra catanese. Il reggente lentinese chiede proprio a Giuseppe Squillaci di intercedere con i vertici etnei per organizzare una spedizione ed eliminare i pericolosi concorrenti sul territorio, promettendo di ricambiare il favore.
L’ok arriva da Aldo Ercolano che invia il gruppo di fuoco con Cocuzza e Maccarrone per individuare la vittima e le sue abitudini. Salvatore Sambasile, che aveva precedenti per droga, era il cognato di Francesco Corso detto “u masculuni” ucciso nel 1989 proprio dal clan Nardo. Nonostante ciò Sambasile continuava a trafficare droga ed era stato fermato, poco prima dell’omicidio, dalle forze dell’ordine che lo avevano trovato in possesso di diverse munizioni.
Sambasile, la vittima designata, di solito si incontrava con altri due “suoi” uomini nel bar Golden di Lentini: Ercole Modica e Agatino Amato. I catanesi quindi partono per eliminare tre persone che davano fastidio ai sodali lentinesi ed effettivamente giunti sul posto trovano tre persone dentro il bar e scambiano Catalano e Motta per gli “amici” di Sambasile non conoscendone le fattezze. Inoltre lo stesso Motta era imparentato, pur senza avere ruoli criminali, con Giuseppe Furnò del clan Nardo, circostanza che aveva creato tensione tra lentinesi e catanesi dopo che si erano accorti del tragico errore e dell’omicidio del giovane che non era un bersaglio e non era coinvolto in affari illeciti.
Ma per Cocuzza non era un problema colpire persone inermi: “Viri ca iu – diceva a chi gli aveva mosso appunti sull’azione di fuoco – quannu sparu, sparu…ca con me non se ne va nessuno”. Così per un caffé e un tragica causalità sono morti due ragazzi innocenti.
A oltraggiare la memoria di Cirino Catalano, quattro anni fa, erano stati dei ragazzini che avevano ricoperto di escrementi la targa che gli aveva dedicato l’amministrazione comunale di Lentini, con altre vittime innocenti della mafia. L’ennesimo affronto a una giovane vita spezzata per uno scambio di persona.

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