Omicidio Garrasi, il Pm chiede l’ergastolo per Sambasile e Randone ma la Corte li ha assolti

Siracusa. Dopo circa due ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise (presidente, Tiziana Carrubba; giudice a latere, Carla Frau) ha assolto i lentinesi Raffaele Randone, difeso dall’avvocato Maria Lucia D’Anna, e Alfio Sambasile, assistito dall’avvocato Junio Celesti, dai reati di omicidio volontario ai danni del compaesano Sebastiano Garrasi, aggravato dalla premeditazione, detenzione e porto di pistola. I giudici hanno rigettato la richiesta formulata dal Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, tesa ad ottenere la condanna dei due esponenti del clan Nardo di Lentini alla pena dell’ergastolo e alla pena accessoria dell’isolamento diurno per la durata di un anno. I giudici hanno, invece, privilegiato la tesi difensiva illustrata dagli avvocati Maria Lucia D’Anna del Foro di Catania e Junio Celesti del Foro di Siracusa, che avevano sostenuto, nel corso delle rispettive arringhe, che contro i rispettivi clienti non c’era uno straccio di prova per poterli condannare per l’omicidio di Sebastiano Garrasi. Sono stati entrambi efficaci i difensori di Raffaele Randone e Alfio Sambasile nel confutare la tesi sostenuta dal rappresentante della pubblica accusa che, sebbene le circostanze riferite dal medico legale Franco Coco mettevano in dubbio l’attendibilità della ricostruzione del delitto effettuata dal pentito Alfio Ruggeri, ha insistito nel chiedere l’affermazione della penale responsabilità dei due componenti del clan Nardo. Ma il Pubblico Ministero La Rosa, sostituto procuratore alla Dda di Catania, non è riuscito nell’ardua impresa di smontare la lucida ricostruzione del medico legale, che, pur non avendo assistito all’omicidio del povero Sebastiano Garrasi, ha contraddetto tutte le fasi del delitto descritte dal collaboratore di giustizia. La forza della scienza medica ha prevalso sulla “verità” del pentito Alfio Ruggeri che, addirittura, è arrivato ad autoaccusarsi di avere partecipato all’omicidio pur di fare accreditare come attendibile e inoppugnabile la sua chiamata in correità effettuata nei confronti dei suoi due ex compagni del clan Nardo di Lentini. A credere alla storia raccontata dal Ruggeri è rimasto il solo Pubblico Ministero La Rosa che, nel ribadire di essere convinto senza alcun ombra di dubbio della credibilità del pentito Alfio Ruggeri, ha ignorato le valutazioni dettate dalla scienza medica cui si è ispirato il medico legale Franco Coco e ha chiesto alla Corte d’Assise di condannare al carcere a vita i lentinesi Raffaele Randone e Alfio Sambasile. La Corte d’Assise non ha avuto, però, le stesse certezze del rappresentante della pubblica accusa sull’attendibilità del collaboratore di giustizia Ruggeri. Uno dei capisaldi della buona ed equa giustizia recita che quando c’è anche un piccolo dubbio sulla colpevolezza dell’imputato la sua assoluzione è preferibile ad una sentenza di condanna. E il dubbio, sollevato non solo dal medico legale Franco Coco ma anche dagli avvocati Junio Celesti e Maria Lucia D’Anna, i quali sono stati eccellenti nei mettere in evidenza le lacune e le menzogne che caratterizzavano la ricostruzione sul delitto fatta dal pentito Alfio Ruggeri, ha indotto i giudici della Corte d’Assise ad assolvere i due imputati.
“La versione fornita dal collaboratore di giustizia Alfio Ruggeri sull’omicidio di Sebastiano Garrasi è incompatibile con gli accertamenti di medicina legale”. L’ha detto, nel corso della sua audizione, il medico legale Franco Coco che ebbe ad effettuare l’autopsia sui resti carbonizzati del Garrasi. Secondo il medico legale l’omicidio del Garrasi non è avvenuto all’interno della sua auto come dichiarato dal pentito Ruggeri, che si è peraltro autoaccusato di avere preso parte al delitto, ma sarebbe avvenuto fuori della macchina. Non solo. L’omicidio è avvenuto in contrada Gelsari, in territorio tra Lentini e Carlentini, ove il medico legale Coco ebbe a rinvenire materia cerebrale fuoriuscita dalla testa del morto ammazzato. Il medico legale ha detto che, secondo il suo parere, sarebbe stato rischioso per il killer esplodere i due colpi di pistola dal sedile passeggero accanto a quello del conducente, cioè la vittima, in quanto i proiettili potevano fuoriuscire e conficcarsi nel corpo dello sparatore. Inoltre, il medico legale ha smentito il pentito Ruggeri anche nella parte della sua ricostruzione in cui afferma che Sgandurra si era opposto alla proposta dei due killer di bruciare il corpo del povero Sebastiano Garrasi ma di lasciarlo integro per consentire alla sua famiglia di far celebrare il funerale: “quando ho effettuato il sopralluogo ho trovato il corpo del morto ammazzato in gran parte carbonizzato, e c’era accanto al cadavere un braccio che si era staccato dal corpo della vittima” – ha dichiarato il medico legale Franco Coco.
Oltre il Pubblico Ministero La Rosa il verdetto della sono Corte d’Assise ha lasciato scontenti i difensori delle parti civili, avvocati Dario Favara, Michele Lazzara, Mirko Strano, Michelangelo Carbone, che si sono associati alla richiesta di condanna avanzata dal magistrato della Procura distrettuale antimafia e avevano chiesto la condanna al risarcimento dei danni di Raffaele Randone e Alfio Sambasile.
Contro i due lentinesi si sono costituiti parte civile Marinella Costanzo, rappresentata dall’avvocato Dario Favara; Denise Garrasi, rappresentata dall’avvocato Michele Lazzara; Giuseppa Garrasi, rappresentata dall’avvocato Michele Lazzara; Concetto Garrasi, rappresentato dall’avvocato Mirko Strano; Maria Garrasi, rappresentata dall’avvocato Michelangelo Carbone e Brigitte Garrasi, assistita dall’avvocato Michele Lazzara.
Il pentito Alfio Ruggeri ha raccontato di avere partecipato all’omicidio del Garrasi, avvenuto a Carlentini il 30 aprile 2002. Rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Alessandro La Rosa l’ex affiliato al clan Nardo ha riferito che l’uccisione di Sebastiano Garrasi è avvenuto nell’ambito di un regolamento di conti tra appartenenti alla stessa consorteria mafiosa fondata dal boss Nello Nardo. A decidere la condanna a morte del Garrasi sarebbe stato Franco Malino, che aveva attentato molti anni prima alla sua vita. In quella occasione, però, il Garrasi era riuscito a sfuggire alla morte e il Malino, che aveva agito insieme a Delfo La Fata, da quel momento viveva nel terrore che il suo antagonista lo avesse riconosciuto e lo potesse fare arrestare dalle forze dell’ordine. Il Malino per sciogliere il dubbio se fosse stato riconosciuto o no dal Garrasi si sarebbe rivolto al Sambasile che gli avrebbe confermato che il suo antagonista lo aveva riconosciuto. A quella rivelazione del Sambasile il Malino disponeva che si doveva sopprimere Sebastiano Garrasi in quanto costituiva un reale pericolo sia per lui stesso che per tutti i componenti del clan Nardo. E ha sostenuto che il Garrasi venne attirato in una trappola in quanto gli fu fatto intendere che si affittava un appartamento per cui Sambasile e Randone si misero a sua disposizione per fargli compagnia quando avrebbe dovuto vedere l’appartamento. Giunti sul posto, con l’auto ferma davanti al cancello dell’appartamento da affittare il Randone avrebbe inferto una coltellata al Garrasi che, reagendo all’aggressione, sarebbe stato centrato in pieno da due proiettili esplosi dalla pistola impugnata dal Sambasile.

(Nella foto il collaboratore di giustizia Alfio Ruggeri)

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